Lo Stato

LO STATO E LA SOCIETA’

LO STATO IN GENERALE

“Lo Stato è l’organizzazione sovrana di un popolo su un territorio.”

Il termine “Stato” viene utilizzato per indicare sia lo Stato-apparato, cioè l’insieme di organi che esercitano un potere di supremazia nei confronti dei consociati (governanti), sia lo Stato-comunità o società civile, cioè l’insieme delle persone e delle associazioni che sono soggette all’autorità dello Stato (governati) ma a cui viene riconosciuta una certa autonomia o libertà.

Lo Stato come apparato è una persona giuridica di diritto pubblico (soggetto di diritto dotato di capacità d’agire e di capacità giuridiche); nei rapporti interni lo Stato acquista la personalità giuridica con la sua formazione (nel momento stesso in cui riesce ad affermare di fatto la sua autorità su un popolo e su un territorio), nei rapporti esterni, invece, acquista la personalità giuridica soltanto con il riconoscimento da parte degli altri Stati.

[member] Lo Stato è anche un ente politico (soggetto che deve prendere delle scelte) o a fini generali, perché la sua attività non è diretta a realizzare soltanto uno o più fini particolari ma tutti i fini o gli scopi che lo Stato stesso ritenga di interesse pubblico.

L’attività giuridica (difesa, ordine pubblico e giustizia) è necessaria per l’esistenza stessa di uno Stato; l’attività sociale (istruzione, sanità e trasporti) è, invece, soltanto eventuale e dipende dalle scelte politiche dei governanti.

Gli elementi costitutivi o fondamentali dello Stato sono:

  • il popolo;
  • il territorio;
  • la sovranità.

IL POPOLO

“Il popolo è costituito dall’insieme dei cittadini di uno Stato, indipendentemente dal luogo dove vivono o si trovano”,

infatti, tutti i cittadini di uno Stato fanno sempre parte del suo popolo, anche quando vivono o si trovano all’estero. Il concetto di popolo, quindi, è collegato a quello di cittadino:

“è cittadino di uno Stato chi possiede la cittadinanza di quello stato”.

Il possesso della cittadinanza attribuisce sempre a una persona uno status o condizione giuridica particolare, cioè un complesso di diritti e di obblighi nei confronti dello Stato.

Le norme del diritto internazionale impongono a ogni stato di tutelare i cittadini stranieri che si trovino nel suo territorio, ma affida la protezione diplomatica dei propri cittadini all’estero allo stato al quale appartengono.

Di solito una persona ha una sola cittadinanza ma può anche accadere che una persona abbia una doppia cittadinanza o anche più cittadinanze.

Dal concetto di cittadino si distingue, quindi, quello di straniero:

“è straniero, rispetto a uno Stato, chi ha la cittadinanza di un altro Stato”.

La nostra costituzione afferma espressamente che la condizione giuridica dello straniero è stabilita dalla legge in base alle norme e ai trattati internazionali e che lo straniero ha diritto di asilo politico, cioè di ottenere rifugio in Italia se nel suo paese è privato delle libertà fondamentali o perseguitato per motivi politici; inoltre uno straniero è ammesso al godimento dei diritti civili a condizione di reciprocità con i cittadini italiani.

È importante anche distinguere i cittadini comunitari (cittadini dell’unione europea) dai cittadini extracomunitari, che sono sottoposti ad alcune limitazioni in materia di ingresso e di permanenza nel territorio dello Stato italiano (permesso di soggiorno o una carta di soggiorno).

Dai cittadini e dagli stranieri si distinguono gli apolidi:

“è un apolide chi non possiede alcuna cittadinanza”…

… per esempio perché è nato da genitori ignoti in uno Stato che attribuisce ai figli la cittadinanza dei genitori, o perché ha svolto il servizio militare all’estero, ecc.

Di regola gli apolidi hanno gli stessi diritti e gli stessi obblighi dei cittadini italiani (senza condizione di reciprocità) ma sono esclusi dal godimento dei diritti politici.

È importante ricordare che tutti coloro che si trovano in Italia per qualsiasi motivo:

  • sono soggetti alla sovranità dello Stato italiano e all’obbligo di osservare le norme di ordine pubblico;
  • sono titolari dei diritti fondamentali della persona umana (diritti inviolabili dell’uomo).

La cittadinanza di uno Stato si può acquistare in base a due criteri alternativi tra loro o anche concorrenti:

  • per diritto di discendenza, o iure sanguinis, quando una persona acquista la cittadinanza dello stato dei genitori o di uno dei genitori (presupposto di tipo familiare e sociale);
  • per diritto del suolo, o iure soli, quando una persona acquista la cittadinanza dello Stato in cui nasce o in cui risiede legalmente per un certo periodo di tempo (presupposto territoriale e geografico).

In Italia la normativa sulla cittadinanza è stata modificata all’inizio degli anni ‘90 (1992) allo scopo di adeguarla ai profondi cambiamenti della società italiana. La nuova legge mira a ridurre le situazioni di apolidia, ad assicurare l’unità del nucleo familiare, a garantire la parità tra l’uomo e la donna e, infine, a tutelare la crescente immigrazione dall’estero rispettando gli impegni derivanti dall’integrazione europea.

Secondo la legge vigente la cittadinanza italiana si può acquistare per:

  • nascita: acquista per nascita la cittadinanza italiana il figlio legittimo o naturale di padre o madre italiani (irrilevante che la nascita avvenga in Italia o all’estero), o il bambino che nasce nel territorio italiano da genitori ignoti od apolidi; per adozione: diviene per adozione cittadino italiano il minore straniero adottato da un cittadino italiano; nel caso di un maggiorenne l’acquisto della cittadinanza italiana può avvenire soltanto per naturalizzazione, se l’adottato lo richiede e se risiede legalmente in Italia per almeno cinque anni;
  • matrimonio; può acquistare la cittadinanza italiana per matrimonio anche il coniuge straniero o apolide di un cittadino italiano, se risiede legalmente in Italia da almeno sei mesi oppure dopo tre anni dalla data del matrimonio (a condizione che non venga annullato);
  • elezione o scelta; può acquistare la cittadinanza italiana per elezione, se presenta un’apposita dichiarazione: il figlio di madre o padre e il nipote di un ascendente in linea retta di secondo grado che sono stati cittadini italiani per nascita, purché ricorra una delle condizioni previste in modo tassativo della legge (servizio militare, impiego pubblico, residenza legale in Italia da almeno due anni, ecc.);  lo straniero nato in Italia, se ha risieduto legalmente nel territorio dello Stato italiano dalla nascita fino al compimento della maggiore età;
  • naturalizzazione: una persona può presentare una richiesta per ottenere la cittadinanza italiana per naturalizzazione se ricorre una delle seguenti condizioni: la residenza legale in Italia per il periodo di tempo stabilito dalla legge (10 anni se extracomunitario, 5 anni se apolide, 4 anni si comunitario); lo svolgimento di un servizio alle dipendenze dello Stato italiano per almeno 5 anni oppure la prestazione di elevati servizi nei confronti dello Stato italiano o la sussistenza di un eccezionale interesse dello stato italiano.

La cittadinanza per naturalizzazione può essere concessa con un decreto del presidente della Repubblica, su proposta del ministro dell’interno e sentito il parere del Consiglio di Stato.

La cittadinanza italiana si può perdere per rinuncia o per incompatibilità:

  • la rinuncia si verifica in seguito alla dichiarazione in tal senso da parte di un cittadino italiano, a condizione che risieda all’estero o abbia stabilito la propria residenza all’estero e che possieda o abbia acquistato un’altra cittadinanza oltre a quella italiana;
  • l’incompatibilità, invece, ricorre quando un cittadino italiano svolge un impiego o incarico pubblico presso uno Stato estero oppure presta il servizio militare per uno Stato estero (violazione dell’obbligo di fedeltà).

Nessuno può essere privato della cittadinanza per motivi politici (art. 22 Cost.).

La legge disciplina in modo analitico anche i casi di riacquisto della cittadinanza italiana.

Dal popolo si distinguono la popolazione e la nazione:

“la popolazione di uno Stato è costituita dall’insieme delle persone che si trovano all’interno del suo territorio, indipendentemente dalla loro cittadinanza” (nozione di carattere demografico o statistico, e non giuridico);

“la nazione identifica un gruppo di persone unite in modo ideale da alcune caratteristiche o legami comuni”.

In relazione alle nazionalità presenti tradizionalmente all’interno del loro territorio, gli Stati si distinguono in:

stati uninazionali se la maggioranza dei suoi cittadini s’identifica e appartiene storicamente a un’unica nazione”;

stati plurinazionali quando i suoi cittadini appartengono a nazionalità diverse, senza che all’interno dello Stato esista una nazione prevalente sulle altre”.

La nostra costituzione riconosce l’esistenza sia di minoranze nazionali diverse da quella italiana all’interno del nostro territorio, sia di minoranze nazionali italiane all’estero.

Le minoranze linguistiche sono costituite da soggetti che sono italiani dal punto di vista politico-giuridico ma non dal punto di vista etnico-culturale, in quanto parlano un’altra lingua madre e appartengono a un’altra nazionalità (zona B di Trieste, l’Istria e Fiume).

IL TERRITORIO

“Il territorio è lo spazio all’interno del quale lo Stato esercita in modo esclusivo la sua sovranità”.

Come abbiamo detto uno Stato non può esistere senza un territorio, cioè senza uno spazio fisico entro cui far valere la propria sovranità. Il territorio di uno Stato è delimitato dai confini che rappresentano il limite fino al quale arrivano i suoi poteri sovrani e il limite a partire dal quale iniziano i poteri di un altro Stato o di altri Stati.

Dal punto di vista giuridico il territorio di uno Stato comprende:

  • la terra ferma: parte o porzione della superficie terrestre delimitato dai confini naturali o artificiali;
  • le acque territoriali, costituiti da una fascia o zona di mare adiacente alle coste di uno Stato (se si tratta di uno Stato costiero o confinante con il mare). Attualmente la maggior parte degli Stati fissano l’estensione delle proprie acque territoriali a 12 miglia marine. Al di là del mare territoriale si estendono le acque internazionali che costituiscono uno spazio libero non soggetto alla sovranità e alle norme nazionali dei singoli Stati;
  • lo spazio aereo, costituito dalla colonna d’aria che si estende al di sopra della terraferma e, se si tratta di uno Stato costiero, delle acque territoriali di uno Stato. Si ritiene che lo spazio aereo di uno Stato comprende soltanto lo spazio atmosferico; al di là di questo limite fisico inizia lo spazio cosmico, che per il diritto internazionale costituisce una zona libera come l’alto mare;
  • il sottosuolo, formato dallo spazio che si trova al di sotto della terraferma e delle eventuali acque territoriali di uno Stato. Il sottosuolo di uno Stato arriva fino alla profondità corrispondente in concreto alla possibilità di utilizzazione economica e di esercizio della sovranità; non è un dato assoluto ma è variabile in relazione alle conoscenze scientifiche e allo sviluppo dei mezzi tecnologici;
  • il territorio mobile, costituito dalle navi e dagli aerei nazionali o, come anche si dice, battenti la bandiera di uno Stato. Al riguardo è necessario distinguere tra le navi e gli aerei civili o mercantili da un lato, e le navi e gli aerei militari dall’altro: mentre le navi e gli aerei civili di uno Stato fanno parte del suo territorio soltanto se si trovano in una zona non soggetta alla sovranità di un altro Stato, le navi e gli aerei militari fanno parte del territorio di uno Stato ovunque si trovino e sono sempre soggetti alla sua sovranità.

Si può parlare di extraterritorialità per indicare le parti del territorio di uno Stato che si trovano al di fuori del suo ambito territoriale ma che sono considerate a tutti gli effetti territorio dello Stato.

Si parla d’immunità territoriale quando uno Stato limita i propri poteri nei confronti di persone o cose che si trovano all’interno del suo territorio o quando sottrae una parte del suo territorio all’esercizio di alcuni poteri che sono espressione della sovranità (sedi diplomatiche di uno stato all’estero).

Si parla, infine, di ultraterritorialità nel caso di esercizio della sovranità di uno Stato al di fuori del suo territorio (alcuni reati, infatti, sono punibili in base alla legge di uno Stato quando sono stati commessi dai propri cittadini o anche da stranieri, nel territorio di un altro Stato – per esempio il vilipendio e i delitti politici).

LA SOVRANITA’

“La sovranità è il potere supremo o di comando che spetta allo Stato nei confronti dei suoi cittadini e di tutti coloro che si trovano all’interno del suo territorio”.   – La sovranità appartiene al popolo –

La sovranità presenta i seguenti caratteri:

  • è originaria, perché non deriva da un soggetto o da un’autorità superiore allo Stato;
  • è esclusiva, perché all’interno del territorio nazionale spetta soltanto allo Stato;
  • è incondizionata o illimitata, perché in astratto lo Stato non incontra alcun limite od ostacolo giuridico all’esercizio del suo potere sovrano.

Il termine sovranità assume un significato diverso quando viene riferito ai rapporti interni oppure ai rapporti esterni.

“La sovranità interna indica la supremazia o la superiorità dello Stato rispetto a qualsiasi altro soggetto o ente esistente al suo interno”.

Per garantire la pacifica convivenza sociale, allo Stato viene riconosciuto il monopolio della forza, nel senso che soltanto lo Stato può obbligare i consociati a rispettare le norme giuridiche e può applicare le sanzioni indicate dalla legge; di regola quindi qualsiasi altro soggetto pubblico o privato non può affermare con la forza le proprie ragioni, a meno che lo Stato non lo consenta in casi eccezionali (legittima difesa).

“La sovranità esterna, invece, indica l’indipendenza e l’autonomia dello Stato rispetto agli altri Stati e alle organizzazioni internazionali”.

Dal punto di vista giuridico ogni Stato è sempre indipendente e autonomo da qualunque altro soggetto o ente; lo Stato quindi è sovrano perché è “al di sopra di tutti” e perché “non riconosce alcun potere al di sopra di se”.

Eventuali limitazioni della sovranità di uno Stato, contenute in accordi o trattati internazionali, derivano dall’accettazione volontaria da parte dello Stato interessato che comunque non è obbligato giuridicamente a osservarli in quanto può denunciare in qualunque momento l’accordo o il trattato e, in questo modo, liberarsi dagli impegni assunti nei confronti degli altri Stati.

Lo Stato non può cedere la propria sovranità ad altri soggetti ma può delegarne l’esercizio a enti pubblici cosiddetti minori (come le regioni, le province e i comuni).

Tradizionalmente la sovranità di uno Stato si manifesta mediante l’esercizio delle seguenti funzioni:

  • la funzione legislativa (produzione di norme giuridiche generali e astratte);
  • la funzione esecutiva o amministrativa (validare le norme e realizzare concretamente gli interessi pubblici);
  • la funzione giurisdizionale (applicazione delle norme giuridiche a casi particolari e concreti);
  • la funzione d’indirizzo politico che consiste nel definire gli obiettivi fondamentali dell’attività statale e nello svolgere un’azione di stimolo e di coordinamento nei confronti delle altre funzioni dello Stato e di quella legislativa ed esecutiva.

Lo Stato è una persona giuridica e in quanto tale le sue funzioni sono esercitate in concreto da organi. In particolare:

  • la funzione legislativa è esercitata dal Parlamento mediante l’emanazione delle leggi;
  • la funzione esecutiva è realizzata dal Governo tramite l’attuazione dei provvedimenti o atti amministrativi;
  • la funzione giurisdizionale, infine, è svolta dalla magistratura attraverso la pronuncia delle sentenze e di altri provvedimenti giudiziari.

LE FORME DI STATO E LE FORME DI GOVERNO

LE FORME DI STATO

“Lo Stato unitario è costituito da un unico popolo stanziato su un unico territorio e sottoposto a un’unica sovranità”.

Uno Stato unitario può essere di tipo accentrato oppure di tipo decentrato.

Uno Stato è accentrato quando l’amministrazione statale è costituita in prevalenza da organi centrali, con sede al centro dello Stato e competenza su tutto il territorio nazionale, e anche da organi periferici ai quali vengono delegate soltanto alcune funzioni amministrative, che svolgono sotto la direzione e il controllo degli altri organi centrali.

Uno Stato è decentrato, invece, quando accanto all’amministrazione statale esiste anche un’amministrazione locale formata da enti locali o territoriali, come i comuni o le province, ai quali però viene riconosciuta soltanto una limitata autonomia amministrativa.

“Lo Stato regionale è uno Stato che riconosce un’ampia autonomia, non solo amministrativa ma anche legislativa, agli enti locali nei quali è suddiviso il suo territorio”.

In uno stato di tipo regionale gli enti territoriali nei quali è articolato lo Stato centrale non sono enti sovrani, e accanto al decentramento amministrativo, consistente nel potere di curare direttamente gli interessi locali, viene realizzato anche un decentramento legislativo, consistente nel potere di emanare atti normativi per alcune materie.

“Lo Stato federale o composto è formato da un insieme di Stati federati, ciascuno con un proprio popolo, un proprio territorio e una propria sovranità”.

Spesso gli Stati federali sono formati da più Stati sovrani, che all’inizio si associano dando vita a una federazione o confederazione di Stati indipendenti e rinunciano a una parte della loro sovranità o indipendenza delegandola a una specie di super Stato: allo Stato federale vengono riservate soltanto alcune funzioni di interesse comune, mentre tutte le altre materie sono attribuite agli stati federati.

In questa forma di Stato la competenza dello Stato federale è una competenza speciale, mentre la competenza degli Stati federati è una competenza generale o residuale; accanto alla legislazione federale vi è una legislazione statale nelle altre materie, che si applica soltanto all’interno degli Stati federati e può essere diversa da Stato a Stato.

Lo Stato federale ha una sovranità interna e una sovranità esterna o internazionale, mentre i singoli Stati federati hanno soltanto una sovranità interna verso lo Stato federale (solo lo Stato federale è considerato un soggetto del diritto internazionale).

Spesso gli stati di tipo federale sono stati plurinazionali, nel senso che il loro popolo appartiene a nazionalità diverse: il modello federalista infatti consente di riconoscere la massima autonomia e indipendenza possibile ai vari gruppi etnici, linguistici e culturali.

Di solito il Parlamento degli Stati federali è un organo bicamerale: c’è quindi una Camera rappresentativa dei cittadini, nella quale ogni stato federato ha un numero di rappresentanti diverso e proporzionale alla sua popolazione; e un’altra Camera rappresentativa degli Stati, nella quale tutti gli Stati federati hanno lo stesso numero di rappresentanti in modo paritario.

L’EVOLUZIONE STORICA DELLE FORME DI STATO

L’espressione “forma di Stato” viene utilizzata anche per indicare i diversi tipi di organizzazione politica.

Da questo punto di vista, nell’epoca moderna si possono distinguere le seguenti forme di Stato:

  • lo Stato assoluto;
  • lo Stato liberale;
  • lo Stato autoritario;
  • lo Stato socialista;
  • lo Stato democratico.

LO STATO ASSOLUTO

Nel regime di Stato assoluto si assiste alla concentrazione del potere pubblico nella persona del monarca, che esercita un potere originario e illimitato: la sovranità del re infatti deriva da una investitura o legittimazione divina e il sovrano sta al di sopra delle leggi.

Nello Stato assoluto gli individui sono sudditi e non cittadini, in quanto sono in una posizione di soggezione nei confronti del sovrano e non sono titolari di diritti politici o pubblici.

Verso la metà del 18º secolo in alcuni paesi lo Stato assoluto si trasforma nel cosiddetto Stato di polizia o del buon governo in quanto il sovrano viene considerato come un organo dello Stato che deve occuparsi anche del benessere collettivo del popolo.

LO STATO LIBERALE

Lo Stato assoluto è stato sostituito dallo Stato liberale in seguito alle rivoluzioni borghesi che si sono verificate in Inghilterra, in America e in Europa continentale.

Lo Stato liberale si basa sui seguenti principi:

  • la proclamazione del principio della sovranità popolare: la sovranità non appartiene più al re ma al popolo o a quell’élite borghese che ha il diritto di eleggere i propri rappresentanti;
  • il riconoscimento del principio di uguaglianza formale di tutti i cittadini davanti alla legge e l’eliminazione dei residui privilegi di origine feudale dell’ancien régime;
  • l’affermazione della superiorità della legge anche nei confronti degli organi pubblici (principio di legalità): il sovrano non è più titolare di un potere illimitato, ma deve rispettare le norme giuridiche generali e astratte.

Nello stato di tipo liberale viene realizzato il principio della separazione dei poteri in base alla teoria elaborata da Montesquieu (potere legislativo, esecutivo e giudiziario).

Inoltre lo Stato liberale riconosce ai propri cittadini alcune libertà individuali, che sono affermate nella costituzione e sono considerate diritti naturali o inviolabili: la libertà personale, la libertà di manifestazione del pensiero, la libertà di stampa, la libertà religiosa ecc.

Dal punto di vista economico infine lo Stato liberale si basa sui principi del liberismo economico e sul riconoscimento del diritto di proprietà privata e della libertà dell’iniziativa economica privata (art. 41 Cost.).

Lo Stato di tipo liberale non deve intervenire nel campo economico e deve fornire soltanto i servizi essenziali.

Il modello dello Stato borghese, che si basava su una ristretta élite sociale, è entrato in crisi dopo la prima guerra mondiale quando hanno fatto il loro ingresso sulla scena politica i partiti di massa e le organizzazioni sindacali dei contadini e degli operai, rivendicando maggiore libertà e democrazia: la crisi del regime liberale ha aperto la strada alla formazione dello Stato democratico ma, in alcuni paesi, questo passaggio è stato interrotto in modo brusco dall’instaurazione di un regime di tipo autoritario o di tipo socialista.

LO STATO AUTORITARIO

Lo Stato autoritario si è affermato in Italia nei primi anni 20 del 20º secolo e poi in altri paesi dell’Europa occidentale (l’avvento del fascismo in Italia e del nazismo o nazionalsocialismo in Germania): questo tipo di Stato si basa sulla figura di un capo che accentra su di sé tutti i poteri dello Stato e assume la funzione di guida suprema, non solo politica ma anche etica e morale, della nazione.

Il regime autoritario crea un sistema totalitario che pretende di controllare e di uniformare alla propria ideologia tutte le manifestazioni della società civile.

Le caratteristiche principali dello stato di tipo autoritario sono:

  • l’abolizione del principio di legalità e dello Stato di diritto;
  • la limitazione dei diritti fondamentali di libertà;
  • l’eliminazione del pluralismo culturale e politico;
  • la soppressione della libertà sindacale;
  • la sostituzione degli organi elettivi e rappresentativi con organi sottoposti al controllo dell’autorità;
  • l’accentramento burocratico dell’apparato statale.

LO STATO SOCIALISTA

Dal punto di vista storico lo Stato socialista si è affermato per la prima volta in Russia in seguito alla rivoluzione bolscevica dell’ottobre del 1917, che ha provocato la caduta del regime zarista e l’instaurazione della dittatura del proletariato.

Il regime socialista si basa sulla dottrina comunista o marxista-leninista, formulata da Karl Marx e rielaborata da Lenin: secondo la teoria marxista-leninista il socialismo costituisce soltanto una fase intermedia per arrivare alla fase finale del comunismo, che instaurerà una società senza classi e senza Stato, in quanto l’apparato statale è destinato ad estinguersi in modo naturale con il livellamento sociale ed economico di tutti cittadini.

Nell’esperienza concreta però il suddetto socialismo reale è stato caratterizzato dai seguenti elementi:

  • l’eliminazione del pluralismo politico e la repressione di qualsiasi forma di dissenso o di critica al regime;
  • la subordinazione delle libertà fondamentali dei cittadini agli interessi del socialismo;
  • l’accentramento politico dell’apparato statale e l’abolizione del principio della separazione dei poteri;
  • la sovrapposizione della struttura del partito a quella dello Stato.

LO STATO DEMOCRATICO

Lo Stato democratico rappresenta la forma di organizzazione statale prevalente nel corso della seconda metà del 20º secolo e quella attualmente più diffusa in Europa e nella maggior parte dei paesi dell’est del mondo.

Le principali caratteristiche distintive del regime democratico sono:

  • il riconoscimento del suffragio universale;
  • l’affermazione del principio di uguaglianza sostanziale, inteso come riconoscimento a tutti i cittadini di pari opportunità e dell’impegno di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono tale uguaglianza (art. 32);
  • l’intervento dello Stato nell’attività economica, allo scopo di realizzare alcuni obiettivi di interesse generale.

Una evoluzione particolare della forma di Stato in esame è lo stato sociale (welfare state) che potenzia i servizi sociali a vantaggio delle classi sociali più deboli.

LE FORME DI GOVERNO

In relazione all’equilibrio tra gli organi costituzionali, e soprattutto al rapporto esistente tra il governo e il Parlamento, le forme di governo si distinguono in “pure” e “miste”.

“Nelle forme di governo pure (come la monarchia costituzionale pura e la repubblica presidenziale) gli organi costituzionali svolgono le loro funzioni in modo del tutto indipendente e autonomo, senza interferenze o condizionamenti reciproci”.

In questa forma di governo il Parlamento si limita a svolgere la funzione legislativa e il Governo ha la funzione d’indirizzo politico e la funzione esecutiva.

“Le forme di governo mista (come la monarchia parlamentare e la repubblica parlamentare) sono caratterizzate da un coordinamento o dialogo tra gli organi costituzionali”.

In queste forme di governo il Parlamento svolge una funzione di indirizzo e di controllo politico sul governo ed è arbitro della sua formazione e della sua stessa esistenza; nelle forme di governo pure quindi viene applicato in modo rigoroso il principio della separazione dei poteri, mentre nelle forme di governo miste si realizza una collaborazione dei poteri.

Le forme di governo vengono distinte innanzitutto in monarchie e repubbliche. La distinzione in esame si basa sulla differente legittimazione del Capo dello Stato, nel senso che:

  • nella monarchia e il potere del sovrano è originario e trasmissibile o ereditario;
  • nella Repubblica invece il potere del presidente è derivato, impersonale e non trasmissibile.

Possiamo anche dire che nella monarchia la sovranità appartiene al re, che è titolare esclusivo e originario del potere politico e non rappresenta il popolo, mentre nella Repubblica la sovranità appartiene al popolo, che la esercita attraverso i suoi rappresentanti.

La forma di governo di tipo monarchico ha subito una profonda evoluzione storica, passando prima della monarchia assoluta a quella costituzionale pura e poi della monarchia costituzionale pura a quella parlamentare.

“La monarchia assoluta è caratterizzata dall’accentramento della sovranità del potere politico dello Stato nelle mani del sovrano o re”.

Nella monarchia assoluta il sovrano riunisce in sé tutte le funzioni fondamentali dello Stato, in quanto è titolare in modo esclusivo del potere legislativo, del potere esecutivo e del potere giudiziario.

Con l’affermazione del principio di separazione dei poteri di Montesquieu e il riconoscimento dei diritti fondamentali dei cittadini nei confronti dello Stato, si passa alla…

“…monarchia costituzionale pura dove il potere politico viene ripartito, in base alla costituzione, tra il re e gli altri organi costituzionali che sono contitolari con il re della sovranità”.

In questa forma di governo il sovrano nomina e revoca i ministri di sua fiducia e conserva il controllo sul potere giudiziario attraverso la nomina dei giudici; nella monarchia costituzionale pura il Parlamento esercita soltanto la funzione legislativa ed è formato da due Camere: una Camera alta di nomina regia e una Camera bassa eletta a suffragio ristretto da alcune categorie sociali.

Dalla seconda metà dell’ottocento le monarchie costituzionali pure si sono trasformate in monarchie costituzionali-parlamentari o parlamentari.

“Nella monarchia parlamentare i poteri del re vengono limitati e diviene sempre più importante il ruolo politico del Parlamento eletto dai cittadini”.

In una monarchia di tipo parlamentare il re:

  • nomina i ministri e il capo del governo, che esercitano il potere esecutivo e sono responsabili anche verso il Parlamento che è titolare del potere legislativo;
  • promulga le leggi, cioè si limita a dichiarare in modo solenne che le leggi sono state approvate dal Parlamento e che devono essere osservate dai cittadini.

La forma di governo repubblicana può essere parlamentare, presidenziale, semipresidenziale o direttoriale.

“La repubblica parlamentare si basa sul rapporto di fiducia che lega il governo al Parlamento o alla maggioranza p”.

Il rapporto di fiducia tra il governo e il Parlamento presuppone un accordo sul programma politico dell’esecutivo e sulla sua composizione (partiti o forze di maggioranza).

Il governo quindi deve ottenere mantenere la fiducia del Parlamento o in mancanza ha l’obbligo di dimettersi; le dimissioni dell’esecutivo aprono una crisi di governo, che può risolversi con la nomina di un altro governo o con lo scioglimento del Parlamento e con il ricorso a nuove elezioni.

La repubblica parlamentare è una forma di governo mista, nella quale si realizza una collaborazione tra i poteri dello Stato, in quanto:

  • il Parlamento indirizza e controlla l’attività del governo e di solito elegge il capo dello Stato;
  • il governo ha una doppia responsabilità verso il capo dello Stato, dal quale viene nominato, e verso il Parlamento, di cui deve avere e conservare la fiducia;
    • il capo dello Stato nomina il governo e può sciogliere anticipatamente il Parlamento e indire nuove elezioni.

Lo schema classico della Repubblica di tipo parlamentare (centralità del Parlamento) è stato modificato dall’influenza crescente dei partiti politici nella vita dello Stato: dal punto di vista formale il governo deve avere la fiducia del Parlamento ma, dal punto di vista sostanziale, deve essere sostenuto dai partiti o dai gruppi politici che formano la maggioranza all’interno del legislativo.

Questa situazione da un lato ha diminuito il ruolo politico del Parlamento (le decisioni di maggior importanza non vengono prese in Parlamento ma nelle segreterie dei partiti) e dall’altro lato ha rafforzato il ruolo politico del Governo come espressione dei partiti di maggioranza.

In realtà, quindi, nel cosiddetto Stato dei partiti, il Parlamento e il governo sono vincolati dalle direttive dei partiti politici (partitocrazia).

“Nella repubblica presidenziale il presidente è anche il titolare del potere esecutivo, in quanto unisce in sé la carica di capo dello Stato e il capo del governo”.

Lo schema presidenzialista è stato adottato anche da numerosi Stati dell’America centro-meridionale e africani ma in alcuni casi, essendo stato applicato a realtà politiche e sociali molto diverse da quelle nord-americane, è degenerato in forma di governo personali o in vere e proprie dittature.

Le repubbliche di tipo presidenziale si distinguono per una maggiore stabilità governativa e per un’applicazione più rigorosa del principio della separazione dei poteri (ciascun organo costituzionale è un potere forte, del tutto indipendente); in questo tipo di Repubblica non esiste un rapporto di fiducia tra il governo e il Parlamento: il presidente è responsabile politicamente soltanto nei confronti del corpo elettorale che lo ha eletto e a loro volta il governo e i singoli ministri sono responsabili soltanto nei confronti del presidente.

Il Parlamento quindi svolge un’importante funzione di contrappeso rispetto ai poteri del presidente, perché può approvare o respingere le proposte di legge presentate dal governo per realizzare il suo programma e, nel caso di gravi reati, può mettere in stato d’accusa il presidente.

Caratteristica necessaria di questa forma di governo non è l’elezione diretta del presidente da parte del corpo elettorale ma sono i poteri sostanziali che sono riconosciuti al presidente come capo del governo.

“Nella repubblica semipresidenziale il presidente o capo dello Stato nomina il capo del governo, che deve avere la fiducia da parte del Parlamento, ed è contitolare del potere esecutivo insieme al primo ministro”.

La forma semipresidenziale (“alla francese”), è stata introdotta dal generale De Gaulle. In questo sistema:

  • il Capo dello Stato è eletto direttamente dal popolo ed è contitolare della funzione di indirizzo politico;
  • il Capo del Governo è nominato dal capo dello Stato e quindi il primo ministro è una persona diversa dal presidente della Repubblica;
  • i ministri sono nominati e revocati dal Capo dello Stato;
  • il Governo deve avere la fiducia della maggioranza parlamentare, che può approvare una mozione di sfiducia nei confronti del Capo del Governo e obbligarlo in questo modo a dimettersi.

Il funzionamento concreto dell’esecutivo dipende dall’omogeneità politica dei due organi principali: se il Presidente e il primo ministro appartengono alla medesima maggioranza politica, infatti, il ruolo effettivo di capo dell’esecutivo di solito è svolto dal Presidente e il primo ministro esercita soltanto alcune funzioni amministrative; se appartengono a schieramenti politici diversi, invece, il primo ministro svolge di fatto le funzioni di Capo del Governo e il Presidente si limita a ricoprire essenzialmente un ruolo di garanzia costituzionale.

“Nella repubblica direttoriale il Governo viene nominato dal Parlamento ma non è legato all’organo legislativo da un rapporto di fiducia, in quanto l’organo esecutivo rimane in carica per un periodo di tempo predeterminato, e uno dei suoi membri svolge, a turno, le funzioni di Capo del Governo e di Capo dello Stato”.

La repubblica direttoriale viene chiamata anche repubblica assembleare perché attribuisce tutto il potere all’assemblea eletta dal popolo che, a sua volta, delega il potere esecutivo a un comitato più ristretto di rappresentanti.

La caratteristica principale di questa forma di governo è la stabilità degli organi costituzionali per tutta la durata del loro incarico. Questa stabilità consente all’esecutivo di realizzare un programma politico di medio-lungo termine; in altri termini il governo è un esecutivo “a tempo” perché rimane in carica fino al termine della legislatura.

LO STATO E LA COSTITUZIONE

LA COSTITUZIONE

“La costituzione è la legge fondamentale di uno Stato, in quanto contiene le norme e i principi essenziali dell’ordinamento giuridico statale” – (può essere scritta ma anche composta da consuetudini non scritte).

  • La costituzione di uno Stato può essere considerata in senso formale o materiale:

“La costituzione formale (risulta sulla carta) è composta dall’insieme delle disposizioni costituzionali di uno Stato, mentre la costituzione materiale (vigente di fatto) è formata dalle disposizioni costituzionali effettivamente in vigore in uno stato in un determinato momento storico”.

  • In base alla loro forma, le costituzioni possono essere scritte o non scritte:

“Nelle costituzioni scritte le norme costituzionali sono contenute in un unico documento (carta costituzionale); nelle costituzioni non scritte le norme costituzionali che arrivano da documenti emanati in epoche diverse e/o da comportamenti degli organi pubblici che, nel corso del tempo, hanno assunto il valore di vere e proprie consuetudini costituzionali”(ordinamento Cost. Inglese = Magna Charta Libertatum + Bill of Right + Act of Settlement).

  • In relazione al loro contenuto le costituzioni possono essere brevi o lunghe:

“Le costituzioni brevi disciplinano in modo organico e completo l’organizzazione dello Stato e si limitano ad affermare in modo astratto alcuni diritti di libertà dei cittadini, lasciando la loro regolamentazione concreta alle leggi ordinarie; le costituzioni lunghe disciplinano l’ordinamento dello Stato e anche, in modo dettagliato, i diritti e i doveri fondamentali dei cittadini”.

  • Secondo le modalità con le quali sono state approvate le costituzioni si distinguono in concesse e votate:

“Le costituzioni concesse, chiamate anche in passato ottriate, vengono concesse o elargite al popolo dal sovrano; le costituzioni votate sono approvate dal basso dal popolo, attraverso un’apposita assemblea costituente eletta dai cittadini oppure con un plebiscito o voto popolare”.

  • In relazione al procedimento necessario per modificare le costituzioni possono essere flessibili o rigide:

“Le costituzioni flessibili possono essere modificate con la medesima procedura prevista per l’approvazione di una legge ordinaria”.

La modifica pertanto può avvenire anche in modo tacito, mediante l’approvazione di leggi ordinarie che stabiliscono delle disposizioni normative contrarie a quelle costituzionali.

“Le costituzioni rigide possono essere modificate soltanto con una procedura speciale, più lunga e complessa rispetto a quella richiesta per l’approvazione di una legge ordinaria o di un altro atto avente forma o efficacia di una legge ordinaria”.

In alcuni ordinamenti per modificare il testo costituzionale è necessario eleggere un’apposita assemblea costituente; in altri ordinamenti il compito è affidato allo stesso organo legislativo che approva anche le leggi ordinarie.

Una costituzione di tipo rigido si pone al vertice della gerarchia delle fonti di produzione del diritto e di conseguenza le norme poste da una legge ordinaria non possono essere in contrasto con le norme contenute nella costituzione.

Per garantire il rispetto delle norme costituzionali da parte delle leggi ordinarie, le norme contenute nelle leggi ordinarie e negli atti equiparati sono sottoposti a un controllo di legittimità costituzionale.

Il controllo di legittimità costituzionale può essere un controllo diffuso (attribuito a giudici ordinari) o un controllo accentrato (affidato a un organo apposito): nel controllo di tipo diffuso la decisione è efficace soltanto nel caso concreto sottoposto all’esame del giudice; il controllo di tipo accentrato, invece, è più lento e complesso ma esclude l’eventualità di interpretazioni costituzionali contrastanti e l’eventuale annullamento è efficace verso tutti i soggetti dell’ordinamento giuridico (erga omnes).

L’ATTUAZIONE DELLA COSTITUZIONE E LE RIFORME COSTITUZIONALI

La nuova costituzione repubblicana è entrata in vigore formalmente il 1 gennaio 1948, in quanto l’attuazione concreta di molte parti della nostra legge fondamentale è avvenuta soltanto in un momento successivo o in modo graduale e ancora oggi alcune disposizioni costituzionali di carattere programmatico sono rimaste, almeno in parte, inattuate.

Con lo scoppio della guerra fredda, il cambiamento dello scenario politico internazionale provocò la rottura dell’unità politica dei partiti antifascisti, che aveva caratterizzato i lavori dell’assemblea costituente e i primi governi repubblicani: nel 1947 le forze politiche di sinistra vennero escluse dal governo De Gasperi e le successive elezioni politiche, che si svolsero il 18 aprile 1948, videro la vittoria della Democrazia Cristiana.

Questa situazione determinò l’inizio del cosiddetto centrismo, cioè la costituzione di governi monocolore formati dalla democrazia cristiana o di governi di coalizione sostenuti anche da alcuni partiti laici minori di centro o centro-destra, più attento alla ricostruzione economica e sociale del paese che all’adempimento dei principi della carta costituzionale.

  • UN PRIMO PERIODO va dall’entrata in vigore della costituzione alla metà degli anni 50; in questi anni si verificò un vero proprio inadempimento costituzionale in quanto le principali norme costituzionali di carattere programmatico rimasero di fatto in gran parte inattuate.
  • UN SECONDO PERIODO (1956-1961) è caratterizzato dai primi adempimenti costituzionali con l’entrata in funzione 1956 della corte costituzionale e nel 1958 del consiglio superiore della magistratura; in seguito, tuttavia, la spinta riformista e di adempimento della costituzione da parte dei governi di centro e di centro-destra si attenuò. In questo periodo però la corte costituzionale inizia l’opera di bonifica della legislazione ordinaria eliminando dal nostro ordinamento giuridico molte disposizioni illiberali precedenti all’entrata in vigore della Costit.
  • UN TERZO PERIODO (1962-1979) è segnato dal punto di vista politico dal passaggio dai governi di centro o centro-destra al governo di centro-sinistra, con l’ingresso nella maggioranza, nel 1964, del partito socialista (PSI), che si era spostato verso posizioni più moderate. Questo mutamento della situazione politica portò una spinta riformatrice nell’attività del governo e diede un nuovo impulso alla realizzazione delle norme costituzionali.

Tra le principali riforme realizzate in questo periodo ricordiamo in particolare:

        la riforma del sistema scolastico (elevamento dell’obbligo a 14 anni);

        la previsione del principio della programmazione economica (art. 41 Cost.);

        lo statuto dei lavoratori, diretto a garantire anche nei luoghi di lavoro il rispetto dei diritti fondamentali di libertà previsti dalla costituzione;

        l’introduzione del divorzio;

        la disciplina del referendum;

        l’istituzione dell’ordinamento regionale;

        la riforma del diritto di famiglia (art. 29 Cost.);

        la legge sulla parità tra uomo e donna nel mondo del lavoro (art. 37 Cost.).

È da ricordare che nella seconda metà degli anni 70, in seguito alla grave situazione di ordine pubblico provocata dal terrorismo, si costituirono alcuni governi di unità nazionale sostenuti anche dal PCI; una volta terminata l’emergenza questi governi furono sostituiti di nuovo dal governo di centro-sinistra, formati da DC e alleati.

  • NEL QUARTO PERIODO (1980-1992) da un lato è continuata l’attuazione della costituzione, anche se in modo lento e incompleto, dall’altro lato ha iniziato a farsi strada la convinzione della necessità di una revisione o riforma della costituzione, per adeguarla ai mutamenti della società italiana e per correggere alcune disfunzioni emerse nell’esperienza concreta della storia repubblicana.
  • UN QUINTO PERIODO (1992 – oggi) è stato caratterizzato dal punto di vista politico da un’ampia inchiesta giudiziaria sui fenomeni di finanziamento illecito dei partiti e di corruzione (Tangentopoli) che ha causato un vero e proprio terremoto nel sistema dei partiti politici vigente in Italia (fine della 1^ Repubblica).

L’iniziativa della magistratura e la successiva introduzione di un sistema elettorale maggioritario hanno provocato l’estinzione dei partiti politici tradizionali e la creazione di due nuovi poli, che hanno aggregato rispettivamente le forze politiche di centro-destra (Casa delle Libertà) e di centro-sinistra (Ulivo).

In questo nuovo clima politico aveva ripreso vigore l’esigenza di una riforma dell’organizzazione dello Stato: il Parlamento, pertanto, aveva istituito una commissione bicamerale per le riforme costituzionali, composto da 35 deputati e 35 senatori e presieduta dall’onorevole D’Alema, che doveva presentare entro il 30 giugno 1997 una proposta di revisione della seconda parte della costituzione relativo all’ordinamento dello Stato: il progetto avrebbe dovuto essere approvato da entrambe le camere con due votazioni successive, a distanza di tre mesi, e poi avrebbe dovuto essere sottoposto a un referendum popolare; la commissione presentò il progetto nei tempi previsti, ma l’iter delle riforme istituzionali si interruppe bruscamente in Parlamento nel giugno 1998 a causa dei disaccordi tra le forze politiche della maggioranza e quelle dell’opposizione.

Il processo di revisione della costituzione tuttavia ha subito una nuova accelerazione dalla fine degli anni 90, quando il Parlamento ha approvato alcuni provvedimenti di notevole rilievo riguardanti:

  • la riforma dell’ordinamento regionale;
  • l’inserimento dei principi del giusto processo nell’articolo 111 della costituzione per assicurare maggiori garanzie all’imputato;
  • la regolamentazione del diritto di votoda parte dei cittadini italiani all’estero;
  • il cosiddetto federalismo amministrativo, che di fatto è rimasto in gran parte inattuato in seguito al mutamento della maggioranza.

Altro punto riguarda le riforme costituzionali che rappresentano ancora oggi un tema di attualità e il presidente della Repubblica ha richiamato più volte le forze politiche a uno sforzo comune, nel rispetto delle reciproche diversità, per adattare la costituzione alle esigenze della società civile.

LO STATO E LE RELAZIONI INTERNAZIONALI

L’ORDINAMENTO INTERNAZIONALE

I rapporti giuridici tra gli Stati, che sono diretti a realizzare obiettivi di diversa natura, sono regolati dalle norme del diritto internazionale.

Il diritto internazionale è costituito dall’insieme delle norme giuridiche che disciplinano la comunità internazionale, cioè i rapporti tra gli Stati.

Le norme che regolano i rapporti tra gli Stati formano nel loro complesso il diritto internazionale pubblico e si distinguono dal diritto internazionale privato, che disciplina i rapporti tra i cittadini di uno Stato e gli stranieri oppure tra gli stranieri e costituisce una parte del diritto statale, in quanto è valido soltanto all’interno di uno Stato.

Nel diritto internazionale rientra anche il diritto comunitario, costituito dalle norme dell’Unione Europea che sono direttamente efficaci all’interno dei singoli stati membri.

L’ordinamento giuridico internazionale è un ordinamento originario perché non deriva la propria legittimazione o validità da un ordinamento giuridico superiore, e paritario, nel senso che tutti gli Stati sono considerati uguali dal punto di vista giuridico.

Dal punto di vista giuridico uno Stato può essere considerato un membro della comunità internazionale solamente se e quando possiede i seguenti requisiti:

  • l’effettività, ossia la capacità di esercitare la propria sovranità su una popolazione;
  • l’indipendenza o autonomia, cioè il fatto che il potere statale non deve derivare da un altro soggetto.

Di regola le norme del diritto internazionale sono efficaci e vincolanti soltanto per gli Stati e non per i singoli cittadini, ma a loro volta gli Stati hanno l’obbligo di procedere al recepimento delle norme internazionali, cioè di adattare il proprio ordinamento giuridico a quello internazionale mediante l’emanazione di norme interne, efficaci nei confronti dei cittadini.

Il recepimento del diritto internazionale può essere un recepimento speciale, quando lo Stato emana appositi atti o provvedimenti legislativi per attuare le norme internazionali, oppure generale, quando si limita a operare un rinvio generico a tali norme.

L’ordinamento giuridico internazionale è diverso da quello statale perché non esiste un’autorità dotata di un potere di supremazia e di comando; esso è infatti un diritto volontario, nel senso che si fonda sull’adesione spontanea da parte dei suoi destinatari.

LE FONTI DEL DIRITTO INTERNAZIONALE E L’ORDINAMENTO ITALIANO

Le fonti del diritto internazionale sono le consuetudini e i trattati internazionali.

Le consuetudini internazionali (norme giuridiche vincolanti per tutti) consistono nella ripetizione costante e uniforme di determinati comportamenti da parte della generalità degli Stati, nei loro rapporti reciproci, con la convinzione di osservare le norme del diritto internazionale.

I trattati o convenzioni internazionali sono accordi accettati e sottoscritti liberamente da due o più Stati sovrani.

La formazione di un trattato internazionale passa attraverso le seguenti fasi:

  • la negoziazione (svolgimento delle trattative da parte dei rappresentanti);
  • la stipulazione (firma del trattato da parte dell’organo costituzionale);
  • la ratifica (dichiarazione solenne di assumere un impegno internaz. da parte dell’organo costituzionale);
  • lo scambio delle ratifiche (ufficializzazione dell’impegno reciproco assunto da uno Stato rispetto agli altri).

La ratifica di un trattato è lo strumento giuridico mediante il quale le norme che vi sono contenute entrano a far parte dell’ordinamento giuridico dello Stato: in Italia la ratifica dei trattati internazionali è attribuita al presidente della Repubblica previa autorizzazione con legge del Parlamento.

I trattati internazionali possono essere bilaterali o multilaterali e questi ultimi possono a loro volta essere aperti quando consentono l’adesione successiva da parte di altri Stati, o chiusi quando non ammettono l’adesione di terzi.

Tra le disposizioni contenute nella convenzione troviamo per esempio il principio in base al quale gli accordi internazionali devono essere sempre rispettati (pacta sunt servanda), e la clausola di garanzia, che consente a uno stato di denunciare un trattato e di liberarsi dagli impegni assunti per una giusta causa.

I rapporti dello Stato italiano con gli altri Stati della comunità internazionale sono disciplinati negli articoli 10 e 11 della nostra carta costituzionale:

  • art. 10l’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute, cioè alle norme consuetudinarie internazionali che sono immediatamente vigenti nel territorio dello Stato italiano;
  • art. 11 l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali (ciò non esclude la possibilità per lo Stato italiano di partecipare a una guerra, infatti è ammessa la guerra di difesa); con questo articolo l’Italia si propone di tutelare la pace e la giustizia tra le nazioni, anche dando il proprio sostegno a organizzazioni internazionali che hanno, appunto, come obiettivo la promozione della pace e della sicurezza tra le nazioni.

L’ONU E LE ALTRE ORGANIZZAZIONI INTERNAZIONALI

Le organizzazioni internazionali sono associazioni costituite da più Stati, attraverso trattati o accordi multilaterali, per realizzare fini o scopi di interesse collettivo.

L’Organizzazione delle Nazioni Unite è il tutore dell’ordine internazionale, in quanto ha lo scopo di mantenere la pace e la sicurezza tra gli Stati.

L’Onu è stata costituita in seguito a una conferenza internazionale che si è svolta a San Francisco, su iniziativa delle cinque grandi potenze vincitrici del conflitto (Stati Uniti, unione sovietica, Francia, Gran Bretagna e Cina); il suo statuto (carta di San Francesco) è stato firmato il 26 giugno 1945 nonostante l’Onu sia entrata formalmente in vigore il 24 ottobre 1945 – l’Onu comprende quasi tutti gli Stati del mondo (no Taiwan e Vaticano).

In base all’articolo 1 del suo statuto l’Onu deve:

  • mantenere la pace e la sicurezza internazionale;
  • favorire le relazioni di amicizia tra le nazioni;
  • dare impulso alla cooperazione internazionale per risolvere problemi di ordine economico, sociale, culturale o umanitario;
  • promuovere e incoraggiare il rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, senza distinzione di razza, di sesso, di lingua o di religione.

Per realizzare i suoi obiettivi l’Onu può avvalersi di misure preventive di carattere persuasivo o dissuasivo e anche di misure coercitive, cioè basate sull’impiego della forza.

I limiti principali dell’azione dell’Onu derivano dalla circostanza che si tratta di un’organizzazione a partecipazione volontaria e dalla mancanza di un esercito internazionale; ancor oggi l’Onu non ha forze armate proprie: i cosiddetti caschi blu, infatti, sono contingenti militari che alcuni Stati membri mettono a disposizione delle Nazioni Unite per realizzare specifici interventi di pace o umanitari.

Gli organi principali dell’Onu sono:

  • l’assemblea generale, è l’organo politico e deliberativo dell’Onu; è formata dai rappresentanti di tutti gli Stati membri e si riunisce almeno una volta all’anno in sessione ordinaria, per l’approvazione del bilancio, o anche in sessioni speciali per quanto riguarda specifiche questioni di interesse generale.

L’assemblea può esprimere delle raccomandazioni che dal punto di vista giuridico non sono vincolanti ma dal punto di vista politico e morale hanno una notevole importanza, specie se vengono approvate all’unanimità.

Secondo l’opinione prevalente, la competenza dell’assemblea si può estendere eccezionalmente anche a questioni interne ai singoli Stati quando rientrano nell’ambito degli scopi dell’Onu.

Nell’assemblea generale ogni Stato ha diritto a un voto: di regola le deliberazioni vengono adottate a maggioranza semplice dei presenti, ma per le decisioni più importanti è richiesta la maggioranza dei due terzi.

  • Il consiglio di sicurezza, è l’organo operativo delle Nazioni Unite, incaricato di adottare e di attuare i provvedimenti concreti per mantenere la pace e la sicurezza; può votare delle risoluzioni che sono vincolanti per tutti gli Stati membri e può imporne il rispetto anche con l’uso della forza.

Si riunisce soltanto quando è necessario ed è composto da 15 membri: cinque Stati sono membri di diritto e permanenti, gli altri 10 Stati sono membri elettivi e a rotazione (eletti ogni due anni). I membri permanenti hanno un diritto di veto sulle decisioni del consiglio, quindi per adottare una risoluzione è necessaria l’unanimità di tali membri.

In base allo statuto dell’Onu, il consiglio di sicurezza deve:

        invitare gli Stati coinvolti in una controversia internaz. a cercare di raggiungere una soluzione pacifica;

        adottare misure non implicanti l’uso della forza nel caso di una minaccia alla pace o di una violazione della pace oppure di un’aggressione, e, quando tali misure non siano sufficienti, ordinare e coordinare altre misure coercitive nei confronti dei trasgressori.

  • Il segretario generale, è il funzionario amministrativo di grado più elevato all’interno dell’ONU; viene nominato dall’assemblea generale per cinque anni e ha le seguenti funzioni: la rappresentanza internazionale dell’Onu, nei rapporti con i singoli Stati; l’esecuzione delle decisioni dell’assemblea generale e del consiglio di sicurezza e l’esercizio delle funzioni delegate da tali organila direzione dell’apparato burocratico dell’Onu e il coordinamento dei lavori degli altri organi.

Al termine di ogni anno il segretario generale deve presentare una relazione annuale all’assemblea generale sull’attività svolta nel corso dell’anno dalle Nazioni Unite e sui risultati ottenuti.

  • La corte internazionale di giustizia, è il principale organo giurisdizionale dell’Onu; ha sede all’Aja ed è composta da 15 giudici appartenenti a Stati diversi, che vengono eletti per un periodo di nove anni e sono rinnovabili anche più volte.

La corte di giustizia giudica in base alle norme del diritto internazionale le controversie di natura giuridica tra gli Stati ma soltanto su richiesta degli Stati interessati: davanti alla corte, quindi, possono essere parti in causa soltanto gli Stati nazionali e non anche singole persone.

La corte svolge anche una funzione consultiva, consistente nel formulare pareri su questioni giuridiche.

  • Il consiglio economico e sociale, è un organo consultivo con competenza speciale, che si occupa di questioni di carattere economico, sociale, culturale ecc.; è formato da 54 membri eletti dall’assemblea per tre anni e si occupa delle aree più arretrate del mondo e dei paesi in via di sviluppo.

LE ISTITUZIONI COMUNITARIE

I principali organismi o istituzioni dell’unione europea sono:

  • il Parlamento europeo;
  • il Consiglio europeo;
  • il Consiglio dei Ministri dell’unione europea;
  • la Commissione europea;
  • la Corte di giustizia.

IL PARLAMENTO EUROPEO

Il Parlamento europeo esercita funzioni di indirizzo e di controllo politico e, insieme al consiglio, funzioni legislative e di bilancio.

Di solito si riunisce a Strasburgo, dove si svolgono le tornate mensili, mentre le eventuali sessioni straordinarie e le riunioni delle commissioni parlamentari si svolgono a Bruxelles. Il Parlamento dell’unione europea è composto da 751 parlamentari, che vengono suddivisi tra i paesi in proporzione alla popolazione.

Dal 1979 gli europarlamentari, ai quali è vietato il doppio mandato, sono eletti direttamente dai cittadini europei, per un periodo di cinque anni e con suffragio universale.

Dall’entrata in vigore del trattato di Maastricht, l’elettorato attivo e passivo viene riconosciuto a tutti i cittadini europei, anche se residenti in un altro Stato comunitario a condizione che siano iscritti in un’apposita lista elettorale e dichiarino che non sono candidati per la stessa elezione in un altro Stato dell’unione europea (questo per l’Italia).

Le elezioni europee si svolgono quasi in contemporanea in tutti gli Stati membri in un giorno (compreso tra un giovedì e la domenica successiva) e in base a un sistema elettorale di tipo proporzionale, in alcuni casi puro (come in Italia) e in altri casi invece corretto con un premio di maggioranza.

Il Parlamento ha un regolamento interno e un presidente (Martin Schulz), che viene eletto dallo stesso Parlamento tra i suoi membri ed è assistito nella sua attività da un ufficio di presidenza.

All’interno del Parlamento europeo operano i gruppi politici e le commissioni parlamentari.

  • I gruppi politici sono aggregazioni volontarie di parlamentari operanti all’interno del Parlamento europeo ma appartenenti allo stesso partito; un gruppo parlamentare deve essere composto da 20 o più eurodeputati e rappresentare almeno un quinto degli Stati membri dell’UE. Gli eurodeputati non sono raggruppati in base alla loro nazionalità o allo stato di provenienza, ma in base alle loro idee e alle loro posizioni politiche: in questo modo sono portati a esaminare le questioni dal punto di vista degli interessi generali della comunità più che da quelli particolari dei singoli Stati.
  • Le commissioni parlamentari, che svolgono funzioni preparatorie rispetto all’attività dell’intera assemblea, sono gruppi formati da un numero ristretto di parlamentari designati in proporzione ai diversi gruppi politici presenti in Parlamento.

Per la validità delle deliberazioni, che di solito si svolgono per alzata di mano o per appello nominale, è necessaria la presenza di almeno un terzo dei componenti del Parlamento; tuttavia il numero legale si presume sempre esistente fino a prova contraria. Le deliberazioni del Parlamento europeo devono essere prese senza considerare le eventuali astensioni, ma per alcune deliberazioni più importanti (modifica del regolamento) è prevista una maggioranza qualificata dei parlamentari.

Le principali funzioni del Parlamento sono:

  • la partecipazione all’attività legislativa, che avviene insieme alla commissione e al Consiglio dei Ministri;
  • l’approvazione del bilancio preventivo e il controllo successivo sull’esecuzione del bilancio;

Tradizionalmente nel bilancio dell’UE si distinguono le spese obbligatorie, che devono essere effettuate in attuazione di disposizioni previste nei trattati o in altri atti comunitari, dalle spese non obbligatorie o facoltative, che sono le altre spese. L’approvazione del bilancio costituisce un’arma molto importante in mano al Parlamento per condizionare le scelte di politica economica degli altri organi comunitari di nomina governativa: per questo motivo il trattato di Lisbona (2007) ha previsto una semplificazione della procedura di approvazione del bilancio e un rafforzamento dei poteri del Parlamento europeo, che approva il bilancio insieme al Consiglio dei Ministri e senza più distinzione tra spese di tipo obbligatorio o facoltativo.

Le entrate del bilancio comunitario comprendono i prelievi agricoli sulle importazioni di prodotti agricoli dai paesi terzi, i dazi doganali derivanti dagli scambi di prodotti agricoli con i paesi terzi, la cosiddetta risorsa IVA (una percentuale della base imponibile dell’imposta sul valore aggiunto) e i contributi diretti versati dagli Stati membri in proporzione al loro prodotto nazionale lordo (PNL). Il Parlamento europeo esercita anche un controllo sull’esecuzione del bilancio da parte della commissione: il controllo del Parlamento è un controllo politico, e non contabile, e di regola si conclude con il cosiddetto “discarico(approvazione) del bilancio.

  • la funzione di indirizzo e controllo politico sull’attività degli altri organismi comunitari, che viene svolta mediante la presentazione di interrogazioni scritte od orali, l’esame di relazioni, la richiesta di chiarimenti e l’approvazione di risoluzioni per indirizzare l’attività comunitaria in alcune materie.

La commissione europea è responsabile dal punto di vista politico nei confronti del Parlamento in quanto la designazione del suo Presidente e dei suoi membri viene effettuata dal Consiglio europeo ma deve ottenere l’approvazione del Parlamento europeo; inoltre il Parlamento può votare una mozione motivata di censura sull’operato della Commissione e obbligare la Commissione a dimettersi.

IL CONSIGLIO EUROPEO

Il consiglio europeo è l’organo d’impulso e d’indirizzo politico dell’Unione europea.

Il Consiglio europeo è formato, oltre che dal suo presidente (Herman Van Rompuy), dai capi di Stato o di Governo degli Stati membri e dal Presidente della Commissione (José Manuel Barroso); dopo il trattato di Lisbona l’organo in esame deve riunirsi almeno due volte ogni semestre su convocazione del presidente e si pronuncia per consenso, cioè all’unanimità dei suoi componenti.

Il Presidente, la cui carica è incompatibile con un mandato o un incarico nazionale, deve essere eletto a maggioranza qualificata dal Consiglio europeo per un periodo di due anni e mezzo, rinnovabile una sola volta. Il Presidente del Consiglio europeo svolge funzioni preparatorie delle riunioni e presiede i lavori del consiglio. Al termine di ogni riunione del Consiglio europeo, inoltre, il Presidente deve inviare al Parlamento una relazione sui risultati dell’incontro, accompagnato da una relazione annuale sui progressi dell’integrazione europea.

IL CONSIGLIO DEI MINISTRI DELL’UE

Il Consiglio dei Ministri dell’unione europea, o più semplicemente Consiglio dell’unione europea, è un organo con funzioni legislative e deliberative.

Questo organo si riunisce a Bruxelles, è formato da un ministro per ogni Stato membro ed è un organo non permanente, perché si riunisce soltanto quando deve deliberare su una questione di sua competenza, e a composizione variabile perché si riunisce in formazioni distinte (affari generali, affari esteri ecc.).

Il Consiglio dell’unione europea non rappresenta i cittadini europei ma gli Stati membri e, più precisamente, i loro Governi nazionali: il Consiglio, infatti, non è responsabile politicamente nei confronti del Parlamento europeo e degli altri organismi comunitari, mentre i singoli ministri sono responsabili verso l’opinione pubblica e il Governo del proprio paese.

Il Consiglio dei Ministri ha un proprio regolamento interno e un presidente; la presidenza del consiglio viene attribuita a ogni paese membro a rotazione per un periodo di sei mesi (dall’inizio dell’anno al 30 giugno e dal 1 luglio alla fine di ogni anno).

Le funzioni principali del Consiglio dei Ministri dell’unione europea riguardano:

  • La funzione legislativa e di bilancio, insieme al Parlamento europeo;
  • la definizione delle politiche comuni e il coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri;
  • la conclusione di accordi o trattati internazionali dell’unione europea con paesi terzi o con altre organizzazioni internazionali.

Attualmente devono essere adottate all’unanimità dal Consiglio, senza tenere conto di eventuali astensioni, soltanto alcune decisioni indicate in modo tassativo; tutte le altre decisioni devono essere deliberate a maggioranza qualificata. Questa distinzione riguardante le modalità di voto è stata introdotta solo di recente; questo perché prima, dato che ogni paese aveva, in pratica, un diritto di veto, a causa della difesa dei propri interessi particolari da parte di alcuni Stati, non si riusciva a trovare un accordo comune.

Inoltre, per tutelare maggiormente gli interessi degli Stati con pochi rappresentanti all’interno del consiglio, dal 1° gennaio 2007 una deliberazione del consiglio stesso deve essere approvata con almeno 255 voti favorevoli (73,9% dei voti complessivi) e dalla maggioranza degli Stati membri.

LA COMMISSIONE EUROPEA

La commissione europea è un organo comunitario con funzioni prevalentemente esecutive e di iniziativa legislativa.

Dal 1° novembre 2004 la Commissione è formata da un cittadino per ciascuno Stato membro. Essa ha la propria sede a Bruxelles ed è diretta da un presidente che dalla fine degli anni 90 svolge un ruolo importante, poiché definisce gli orientamenti di carattere generale dell’attività della Commissione. Con il trattato di Nizza, poi, il Presidente si è visto rafforzare i propri poteri; gli sono state attribuite quindi anche le decisioni riguardanti:

  • l’attribuzione delle competenze o “portafogli” (nonché la loro eventuale revoca) ai singoli membri della Commissione che svolgono le loro funzioni sotto l’autorità del presidente;
  • la nomina dei vicepresidenti della commissione e l’eventuale richiesta di dimissioni obbligatorie da parte di uno o più commissari.

Uno dei vicepresidenti della commissione europea è l’Alto rappresentante dell’unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza (Catherine Ashton – politica britannica): oltre a partecipare ai lavori del consiglio europeo presiede il consiglio “Affari esteri” ed è responsabile della politica estera dell’unione europea, in quanto contribuisce all’elaborazione di una politica estera, di sicurezza e di difesa comune.

La commissione è un organo permanente e a composizione stabile, cioè si deve riunire periodicamente (una volta alla settimana) e i commissari non possono essere sostituiti o revocati dei governi nazionali o dal Consiglio ma possono essere obbligati a dimettersi dal Presidente. La commissione inoltre è un organo collegiale in quanto le sue deliberazioni devono essere adottate a maggioranza ma eventuali astensioni o voti contrari di alcuni commissari non hanno alcun rilievo giuridico esterno (decisioni collegiali).

Il Presidente della commissione viene eletto dal Parlamento europeo a maggioranza assoluta dei suoi componenti e a scrutinio segreto; a loro volta i commissari vengono designati dal presidente della Commissione di comune accordo con il Consiglio dei Ministri e in seguito devono essere approvati collettivamente dal Parlamento, insieme al presidente e all’Alto rappresentante. Dopo l’approvazione da parte del Parlamento, la Commissione viene nominato formalmente, a maggioranza qualificata, dal Consiglio europeo.

La Commissione svolge principalmente le seguenti funzioni:

  • l’iniziativa legislativa, consistente nella preparazione di proposte di atti normativi da sottoporre all’approvazione del consiglio dei ministri e del Parlamento europeo;
  • l’esecuzione del bilancio comunitario e la gestione dei programmi comunitari;
  • il coordinamento e l’attuazione delle politiche comunitarie;
  • la vigilanza sull’applicazione del diritto dell’UE e il controllo sull’osservanza degli obblighi e degli adempimenti Comunitari.

Al termine di ogni anno la Commissione deve presentare al Parlamento europeo una relazione annuale sull’attività svolta, indicando gli obiettivi realizzati e i mezzi impiegati, che deve essere esaminata in una seduta pubblica per consentire il controllo dell’opinione pubblica.

LA CORTE DI GIUSTIZIA DELL’UE

La corte di giustizia dell’Ue è un organo giudiziario incaricato di assicurare il rispetto del diritto nell’interpretazione e nell’applicazione dei trattati.

Ha sede a Lussemburgo ed è formata da un giudice per ogni Stato membro e da alcuni avvocati generali nominati di comune accordo dai governi degli Stati membri per sei anni; il loro incarico è rinnovabile alla scadenza.

Ai giudici della Corte di giustizia sono riconosciute alcune garanzie per assicurarne l’indipendenza e l’imparzialità: un giudice può essere rimosso dal suo incarico soltanto per l’impossibilità di continuare a svolgere le funzioni giurisdizionali e con il consenso di tutti gli altri giudici.

La Corte di giustizia è competente principalmente per i ricorsi per inadempimento degli obblighi comunitari (infrazione) da parte degli Stati membri.

In particolare, la procedura d’infrazione si svolge nel seguente modo:

  • in primo luogo la Commissione deve invitare formalmente lo Stato interessato a presentare delle osservazioni per giustificare il suo comportamento;
  • in secondo luogo deve pronunciare un parere motivato, con il quale invita lo Stato a cessare il comportamento illegittimo (sentenza);
  • in terzo luogo, se lo Stato responsabile non osserva l’invito (sentenza), la Commissione deve presentare un ricorso davanti alla Corte di giustizia chiedendo la condanna dello Stato inadempiente con una sanzione pecuniaria.

Inoltre la Corte garantisce l’uniformità dell’interpretazione del diritto comunitario pronunciandosi sulle questioni pregiudiziali, cioè sull’interpretazione e sulla legittimità delle norme comunitarie da applicare in un giudizio.

Questa attività di interpretazione costituisce la giurisprudenza della corte (fonte di produzione del diritto).

Il ricorso alla corte può essere presentato anche, se la commissione non emette un parere motivato nei termini previsti, da un altro Stato membro.

IL TRIBUNALE DELL’UNIONE EUROPEA

Il tribunale dell’UE è un organo giudiziario competente a giudicare, in primo grado, i ricorsi comunitari che non sono attribuiti alla corte di giustizia.

È formata da almeno un giudice per ogni Stato membro ed è competente a giudicare i ricorsi diretti contro gli atti comunitari presentati da persone fisiche o giuridiche, e i ricorsi degli Stati membri contro la Commissione.

Contro le sentenze pronunciate in primo grado dal tribunale è ammesso l’appello in secondo grado, ma soltanto per motivi di diritto o di legittimità, davanti alla Corte di giustizia.

LE FONTI COMUNITARIE

Le fonti di produzione del diritto dell’Unione europea sono:

  • i trattati istitutivi delle comunità europee e dell’unione europea, che costituiscono la fonte originaria o primaria dell’ordinamento europeo;
  • i principi generali del diritto (interpret. giurisprudenziali contenute nelle sentenze della Corte di giustizia);
  • i regolamenti e le direttive (fonti derivate o secondarie).

I regolamenti comunitari sono fonti generali, in quanto si rivolgono a tutti gli Stati membri dell’unione europea e contengono delle norme giuridiche che sono subito vincolanti per tutti i soggetti all’interno dei singoli Stati.

Le disposizioni contenute nei regolamenti comunitari sono immediatamente applicabili negli Stati membri senza necessità di un atto interno di recepimento. L’efficacia immediata e diretta dei regolamenti è una conseguenza del carattere sovranazionale dell’unione europea; le norme internazionali sono vincolanti soltanto per gli Stati, mentre la loro efficacia verso i cittadini è indiretta o mediata, nel senso che richiede l’approvazione di apposite norme interne da parte dei singoli Stati.

Nel nostro ordinamento i regolamenti comunitari sono fonti primarie “rinforzate”, pertanto:

  • prevalgono, nelle materie attribuite alla competenza comunitaria, sulle norme contenute nelle leggi e nelle altre fonti nazionali;
  • possono derogare le disposizioni contenute nella Costituzione a eccezione dei principi fondamentali.

Di regola un regolamento dell’UE entra in vigore il 20º giorno successivo a quello della pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea, inoltre, viene pubblicato anche in un’apposita serie speciale della Gazzetta ufficiale della Repubblica italiana.

Le direttive comunitarie non sono fonti generali, perché possono rivolgersi anche verso singoli Stati, e contengono delle norme giuridiche che sono vincolanti soltanto per gli Stati membri e non per le singole persone fisiche o giuridiche operanti al loro interno.

Le disposizioni contenute in una direttiva comunitaria sono applicabili all’interno dell’ordinamento giuridico dei singoli Stati membri solamente in seguito all’emanazione di un atto interno di adattamento (recepimento).

Il recepimento può avvenire con un atto legislativo, con un regolamento amministrativo o con una legge regionale.

Un ruolo fondamentale nell’adempimento degli obblighi derivanti dalla partecipazione dell’Italia all’Unione europea è attribuito alla cosiddetta legge comunitaria, che regola i tempi e le modalità di recepimento degli atti comunitari nell’ordinamento interno. In seguito alla legge 11/2005 il disegno di legge comunitaria, che deve essere presentato al Parlamento entro il 31 gennaio di ogni anno dal ministro per le politiche comunitarie, ha il compito di:

  • attuare le norme comunitarie, mediante deleghe legislative al governo o regolamenti amministrativi;
  • individuare i principi fondamentali nell’ambito dei quali le regioni devono provvedere a dare attuazione, nelle materie di loro competenza, agli atti comunitari.

Nel caso d’inosservanza dell’obbligo di recepimento da parte delle singole regioni, lo Stato può esercitare un potere sostitutivo e provvedere al loro posto.

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