L'inflazione e la stagflazione

A più riprese si è fatto riferimento al fenomeno dell’aumento dei prezzi nel mercato monetario. Esso rappresenta un serio problema per la stabilità del sistema capitalistico  da contrastare, quindi, con determinazione e tempestività.

IL PROCESSO INFLAZIONISTICO E I SUOI CARATTERI

[member]Definire l’inflazione non è facile infatti perché si verifichi una pressione inflazionistica è necessario che:

  • tutti i prezzi tendano ad aumentare (prezzi assoluti). In tal modo si determina una modificazione nel rapporto fra i prezzi e la moneta e, di conseguenza, una perdita del potere d’acquisto della moneta. Non vi è necessariamente inflazione quando si modificano i soli prezzi relativi.
  • La crescita del livello assoluto dei prezzi sia continua, cioè tenda a perpetuarsi nel tempo. A volte si è assistito a un aumento generalizzato del livello dei prezzi, conseguenza di uno shock particolarmente forte e diffuso. Se tale situazione non ha innescato un movimento al rialzo, non si può ancora parlare d’inflazione.

IL TASSO D’INFLAZIONE

L’aumento dei prezzi è definito tasso d’inflazione. Si parla di inflazione galoppante quando il tasso di inflazione si manifesta crescente a ritmo  crescente, il che significa che il livello dei prezzi tende a crescere sempre di più. Se poi il tasso di inflazione manifesta ritmi di crescita particolarmente elevati, si usa l’eloquente espressione di inflazione esplosiva detta anche iperinflazione. Viceversa, si parla di inflazione strisciante quando il tasso di inflazione, generalmente costante, è dell’ordine del 2-3% annuo. È possibile che si determini una situazione in cui l’inflazione si attesti su un tasso ben al di sopra di quello giudicato fisiologico; in tal caso si parla di zoccolo duro dell’inflazione.

GLI EFFETTI DELL’INFLAZIONE

L’inflazione produce un complesso di squilibri economici in particolare:

  1. alterazione dei valori fra operatori diversi all’interno del sistema economico;
  2. alterazione dei valori nel tempo;
  3. alterazione dei valori fra sistemi economici diversi.

ALTERAZIONE DEI VALORI FRA OPERATORI DIVERSI NEL MERCATO DEL LAVORO

Nell’ambito del mercato del lavoro il più importante effetto è la tendenza a un trasferimento di ricchezza da i percettori di redditi fissi a i percettori di redditi variabili. Risultano avvantaggiati coloro che possono aumentare i propri redditi monetari in presenza di un processo inflazionistico, mentre risultano penalizzati i titolari di redditi fissi. Per impedire ciò sono previsti dei meccanismi automatici di rivalutazione salariale.

ALTERAZIONE DEI VALORI FRA OPERATORI DIVERSI NEL MERCATO DEI CAPITALI

Nell’ambito del mercato dei capitali, invece, l’inflazione influisce sugli investimenti, sui risparmi e sul rapporto fra risparmi e consumi delle famiglie e delle imprese.

Per quanto riguarda gli investimenti quando i prezzi cominciano ad aumentare, gli investimenti possono manifestare un certo incremento perché in periodo inflazionistico i profitti tendano a crescere. Tuttavia, superata questa prima fase (soglia critica dell’inflazione) vi è la possibilità che l’investimento possa venire scoraggiato a causa delle prospettive estremamente incerti circa il futuro rendimento del capitale. Una condizione economica incerta non consente alle imprese quella tranquillità decisionale che sta alla base della pianificazione degli investimenti di struttura (lungo termine).

Circa il comportamento dei risparmi, l’inflazione favorirebbe un trasferimento di reddito dal risparmio al consumo. Questo fenomeno segnala un apparente paradosso: maggiore è la decurtazione di potere d’acquisto, più gli individui tendono a consumare, e quindi ad acquistare; il domani è talmente incerto che si preferisce vivere alla giornata anziché risparmiare. Ma il risparmio potrebbe anche crescere per effetto della redistribuzione originata dal processo inflazionistico. Se infatti l’inflazione danneggia i percettori di redditi fissi e favorisce il percettori di redditi variabili, una parte di reddito si ridistribuisce. Questo trasferimento crea nei primi una contrazione del risparmio, ma determina parallelamente un aumento di risparmio nei secondi. Questo tipo particolare di risparmio di natura inflazionistica viene definito risparmio forzato.

Considerando, infine, i diversi effetti che l’inflazione provoca sui profitti, si può dire che talune attività possono risultare maggiormente avvantaggiate dal fenomeno inflazionistico e altre meno, altre penalizzate. I piccoli imprenditori hanno in genere maggiori difficoltà a trasferire integralmente sui prezzi di vendita gli aumenti dei prezzi, questo perché l’inflazione può produrre effetti distorsivi, creando difficoltà per le imprese minori spingendo verso concentrazioni verticali e orizzontali e determinando crisi in interi comparti.

ALTERAZIONE DEI VALORI NEL TEMPO

Il processo inflazionistico determina una serie di contraccolpi di intensità diversa a seconda che l’attività economica si svolga in presenza di una crescita dei prezzi attesa, o che essa colga impreparati gli operatori economici. Si pensi, ad esempio, al caso dei capitali a prestito: i percettori di interessi sono svantaggiati se il tasso di interesse sui capitali a prestito non è stato fissato tenendo conto del processo inflazionistico. Al contrario, invece si fa spesso ricorso all’accensione dei prestiti a tasso d’interesse indicizzato. In ogni caso, l’inflazione provoca una flessione dei contratti di mutuo a medio lunga scadenza e una loro sostituzione con contratti a breve.

ALTERAZIONE DEI VALORI NELLO SPAZIO

L’inflazione sconvolge anche i rapporti economici internazionali. Il rialzo dei prezzi, qualora sia superiore a quello che si verifica negli altri paesi, provoca il calo delle esportazioni e l’incremento delle importazioni: peggioramento della bilancia commerciale.

LE POSSIBILI CAUSE DELL’INFLAZIONE

L’INFLAZIONE PER ECCESSO DI MONETA IN CIRCOLAZIONE

Secondo gli autori neoclassici, il fenomeno inflazionistico ha sempre origini monetarie. Come diceva Fisher: poiché il sistema è permanentemente in piena occupazione, ogni aumento che intervenga nell’offerta di moneta determina necessariamente una domanda aggiuntiva sul mercato dei beni e servizi. Non potendo, però, l’offerta reale adeguarsi al nuovo livello della domanda, i prezzi aumenteranno sino a riportare in equilibrio la domanda e l’offerta espresse in termini monetari.

L’INFLAZIONE PER ECCESSO DI DOMANDA

Una seconda interpretazione dell’inflazione si deve a Keynes. L’analisi Keynesiana dell’inflazione rimane legata, pertanto, a un’ipotesi particolare: quella di un’economia di guerra. Ne è derivata una teoria dell’inflazione per eccesso di domanda alla quale successivamente è stato dato il nome di teoria del gap inflazionistico.

IL GAP INFLAZIONISTICO

Se il reddito potenziale è diverso da reddito effettivo il sistema può sperimentare situazioni di equilibrio in condizioni diverse dalla piena occupazione. C+I (domanda globale) tende a essere superiore a Y (offerta globale di piena occupazione). Se Y non è suscettibile di incrementarsi nel breve periodo aumentano i prezzi.

L’INFLAZIONE INDOTTA DAI COSTI DI PRODUZIONE

In anni più recenti si è imposta all’attenzione un’altra interpretazione dell’inflazione centrata sulla pressione dei costi di produzione, cioè sulla dinamica dell’offerta anziché della domanda. Profitti e salari misurano il modo con cui il reddito nazionale viene ripartirsi tra datori e prestatori di lavoro. Ciascuna delle due quote di reddito quantifica il potere relativo che imprenditori da un lato, i lavoratori dipendenti dall’altro, esercitano sull’economia. Se i lavoratori riuscissero a ottenere una quota di ricchezza incompatibile con la quota che gli imprenditori ritengono giusto percepire sotto forma di profitti, questi ultimi potrebbero ricorrere ad aumenti dei prezzi dei beni prodotti, nell’intento di recuperare i margini di profitto, e ciò innescherebbe un processo inflazionistico.

Per i teorici della spinta da costi, alla base del fenomeno inflazionistico vi sarebbe dunque la conflittualità sociale.

LA SPIRALE PREZZI-SALARI

Il modo in cui l’incompatibilità fra le rivendicazioni dei lavoratori e le esigenze delle imprese genera un processo inflazionistico può essere spiegato ricorrendo a una rappresentazione cartesiana.

La curva salari-profitti indica che ad alti salari corrispondono bassi livelli di profitto, e viceversa.

Ipotizziamo ora che i lavoratori rivendichino aumenti salariali e che tali aumenti vengano concessi dalle imprese. La nuova distribuzione penalizza i profitti e le imprese, nel tentativo di recuperare almeno il margine originario di profitti, tenderanno a scaricare sui prezzi le maggiorazioni di costo subite. In questo caso i salari monetari sono cresciuti, ma il contemporaneo aumento dei prezzi ne ha diminuito il valore reale (cioè il potere d’acquisto).

LA CURVA DI PHILLIPS

Nel 1958 lo statistico Phillips teorizzò una relazione funzionale fra il tasso di variazione dei salari e il tasso di disoccupazione ricavandone una funzione di tipo curvilineo. Con tale funzione, Phillips intendeva sostenere che esiste un contrasto tra l’obiettivo della stabilità monetaria e quella della piena occupazione lavorativa, infatti, man mano che il sistema si approssima alla piena occupazione le richieste di aumenti salariali si fanno più pressanti, e ciò fa aumentare i prezzi. Ne consegue che non è possibile ottenere contemporaneamente la piena occupazione e la costanza dei prezzi, per cui occorre, in qualche misura, rinunciare all’una in favore dell’altra.

Il dominio della curva di Phillips durò sino al 1967, data che segna la sua confutazione a opera di Milton Friedman, con argomentazioni particolarmente efficaci.

L’INFLAZIONE ASSOCIATA ALLA RECESSIONE

L’inflazione si era manifestata sempre con caratteristiche definite ma negli anni 70 dello scorso secolo la situazione si è venuta modificando. La quasi totalità dei paesi industrializzati è stata scossa da un processo di crescita dei prezzi assai sostenuto, associato a un andamento prima recessivo, poi stagnante dell’economia e all’ampia e crescente disoccupazione delle forze lavorative. La realtà mostrava un incremento dei prezzi contemporaneamente a un incremento della disoccupazione e a un ristagno della produzione. Tale situazione venne battezzata con la sgradevole termine di stagflazione.

I CARATTERI DELLA STAGFLAZIONE

I caratteri del fenomeno stagflazionistico presentano elementi ricorrenti: l’anomalo atteggiamento del pubblico nei confronti del mercato azionario, la parallela preferenza per impieghi ad alto tenore di liquidità, l’inconsueto livello dei saggi d’interesse. La stagflazione è caratterizzata anche dal ristagno produttivo: i profitti sono spesso mortificati, gli investimenti languono, il mercato borsistico manifesta momenti di diffuso ribassismo… Altro fenomeno tipico di un processo stagflazionistico è la tendenza ascendente dei tassi di interesse. In questa fase le autorità monetarie tentano di stimolare la ripresa mettendo a disposizione degli operatori denaro a buon mercato. Ma se nel contempo il livello del tasso d’interesse incorpora il tasso di inflazione ne deriva una maggiore difficoltà, per le imprese, di procedere a nuovi investimenti e di conseguenza di superare la stagnazione produttiva.

LE POSSIBILI CAUSE DELLA STAGFLAZIONE

LA STAGFLAZIONE DI NATURA “MISTA”

Una prima causa possono essere i comportamenti degli operatori economici di fronte alle misure prese dalle autorità monetarie a garanzia dell’occupazione. Ipotizzando una crescita dei salari, la prima reazione delle imprese potrebbe essere l’aumento del prezzo delle merci. Qualora l’offerta monetaria non variasse, un innalzamento nei costi delle imprese condurrebbe il sistema recessione. L’offerta di moneta assume allora il ruolo di variabile strategica per mantenere il volume fisico di produzione all’originario livello, ma a prezzi più alti. La quantità di nuova moneta immessa dovrà essere almeno sufficiente a consentire agli imprenditori l’integrale recupero dei margini di profitto; se così non fosse ci sarebbe il paradosso di un’offerta monetaria eccessiva, rispetto alla stabilità monetaria (crescita dei prezzi), e scarsa perché gli imprenditori siano indotti a mantenere l’originario volume di produzione e di occupazione.

LA STAGFLAZIONE ORIGINATA DA SQUILIBRI DI NATURA SETTORIALE

Un’altra spiegazione è quella che attribuisce la causa dell’aumento dei prezzi ha una pressione dal lato della domanda o dal lato dei costi, e quella del processo recessivo alla rigidità dei prezzi. Ipotizziamo l’esistenza di un gap inflazionistico. Poiché la struttura economica moderna presenta estese sacche di oligopolio e notevoli forme di rigidità dei prezzi è possibile che il sistema economico presenti la seguente fisionomia: nei settori sottoposti a pressione della domanda i prezzi tenderanno a salire; in altri settori, nei quali la domanda è pari all’offerta, i prezzi manifesteranno stabilità; in altri, dove la domanda risulta insufficiente, i prezzi potrebbero mantenersi stabili, o diminuire. Tutto questo provocherà una tendenza verso la recessione poiché i settori in crisi dovrebbero sopportare gli aumenti dei prezzi degli altri settori. Altri economisti pongono l’attenzione su shock iniziali dal lato dei costi. L’aumento nei costi di produzione non si verifica in modo generalizzato e uguale in tutte le industrie; in tal caso, data l’elevata connessione fra tutti i comparti dell’offerta, il sistema dei prezzi relativi e dei profitti risulta meno sconvolto e tende a provocare una caduta nei livelli di attività dei settori penalizzati che può ripercuotersi anche su altri.

LA STAGFLAZIONE CAUSATA DAGLI AUMENTI SALARIALI INDIFFERENZIATI

Una terza spiegazione attribuisce la responsabilità primaria ai movimenti salariali. Se, per esempio, ad aumenti salariali seguono analoghi aumenti in altri settori, nei quali la produttività del lavoro è risultata più bassa, il processo inflazionistico può innescarsi. La risposta del ceto imprenditoriale potrebbe essere di tipo recessivo, con la consueta successione di conseguenze negative per l’economia.[/member]


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