Le garanzie costituzionali

I DIRITTI E I DOVERI DEI CITTADINI

I DIRITTI INVIOLABILI DELL’UOMO E IL PRINCIPIO DI UGUAGLIANZA

I primi 12 articoli della Costituzione italiana del 1948 enunciano i principi fondamentali, sui quali si basa l’intera costruzione della nostra carta costituzionale.

I diritti inviolabili dell’uomo sono diritti fondamentali o essenziali, che spettano a ogni persona in quanto tale.

[member] L’articolo due della costituzione afferma espressamente che la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità.

Dalla lettura della disposizione citata risulta che i diritti della persona o di libertà (come il diritto alla vita, il diritto alla libertà personale e così via) presentano due caratteristiche essenziali: in primo luogo sono naturali, perché spettano a ogni persona per il fatto stesso della sua esistenza in vita; in secondo luogo i diritti dell’uomo sono ineliminabili, in quanto non possono essere aboliti legalmente neppure ricorrendo alla procedura di revisione costituzionale.

Un altro principio fondamentale che dobbiamo esaminare è il principio di uguaglianza (formale e sostanziale).

L’uguaglianza formale o giuridica significa riconoscere che tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge.

Al riguardo, il primo comma dell’articolo 3 della costituzione stabilisce in modo solenne che “tutti i cittadini (…) sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. (“cittadini” – non tutte le persone perché la disposizione è valida anche nei confronti di stranieri e apolidi solo se vige la condizione di reciprocità).

Il principio di uguaglianza formale davanti alla legge è contenuto in una norma costituzionale di carattere precettivo e, in quanto tale, è immediatamente efficace e vincolante.

L’uguaglianza sostanziale o di fatto consiste nel garantire pari opportunità o uguali condizioni di partenza a tutti i cittadini e, in particolare, a coloro che sono più svantaggiati sotto l’aspetto economico o sociale.

È da notare che la nostra costituzione non si pone come obiettivo l’uguaglianza finale di tutti i cittadini, cioè un livellamento economico e sociale di tipo marxista, ma soltanto un’uguaglianza iniziale (o dei cosiddetti punti di partenza): lo Stato, in altre parole, si deve impegnare per ridurre le ingiustizie sociali, rimuovendo le disuguaglianze di fatto esistenti nella società e garantendo pari opportunità o possibilità di sviluppare la propria personalità a tutti.

In base al principio di uguaglianza in senso formale, la legge deve trattare tutti in modo uguale mentre, in base al principio di uguaglianza in senso sostanziale, la legge può, e anzi in alcuni casi deve, trattare alcuni soggetti in modo diverso rispetto ad altri, per favorire dal punto di vista giuridico coloro che sono più svantaggiati dal punto di vista economico e sociale.

LA LIBERTA’ PERSONALE

Gli articoli 13 e seguenti della costituzione riconoscono alcune libertà individuali, seguendo in sostanza lo stesso modello: l’affermazione astratta del principio di inviolabilità di una libertà e la precisazione che sono ammesse alcune eccezioni a tale principio, ma soltanto nei casi stabiliti espressamente dalla legge (riserva di legge) e con un provvedimento motivato dell’autorità giudiziaria (riserva di giurisdizione).

La doppia riserva stabilita dalla costituzione rappresenta una garanzia fondamentale dei diritti dei singoli nei confronti del potere pubblico.

La costituzione riconosce i diritti di libertà indistintamente a tutti gli individui in quanto tali, considerando tali diritti come una manifestazione dei diritti inviolabili dell’uomo, ma alcune libertà civili sono garantite soltanto ai cittadini italiani e non sono estese anche agli stranieri e agli apolidi.

Il primo diritto di libertà disciplinata dalla costituzione è la libertà personale (art. 13 Cost.).

La libertà personale o individuale consiste nella libertà di un individuo da qualsiasi forma di costrizione o imposizione, fisica o psichica, ed è inviolabile – fin dai tempi della Magna Charta Libertatum (1215) e dell’Hbeas corpus act (1679).

Anche la libertà personale però non è assoluta, come gli altri diritti di libertà, perché una persona può essere sottoposta ad alcune misure restrittive per motivi d’interesse generale.

Tuttavia le limitazioni della libertà personale sono ammesse soltanto in seguito a un atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei casi previsti dalla legge.

Soltanto in casi eccezionali di necessità e di urgenza indicati dalla legge, nei quali bisogna intervenire senza perdere tempo, l’autorità di pubblica sicurezza può adottare provvisoriamente delle misure restrittive della libertà personale anche senza un ordine o mandato da parte dell’autorità giudiziaria.

In particolare, la legge consente espressamente l’arresto in flagranza di una persona, e, solo quando vi è un pericolo concreto di fuga, il fermo di polizia di una persona che sia indiziata di aver commesso un reato.

In questo caso però il provvedimento è sottoposto a un controllo successivo del giudice, diretto ad attestare e accertare l’esistenza dei presupposti richiesti dalla legge: entro 48 dall’arresto o dal fermo, infatti, l’autorità di PS deve dare comunicazione del provvedimento all’autorità giudiziaria la quale, entro 48 dalla comunicazione, deve dichiarare la sua convalida; in assenza il provvedimento diviene inefficace fin dall’inizio.

Costituisce una limitazione della libertà personale anche la carcerazione preventiva.

La carcerazione preventiva, o custodia cautelare, può essere disposta nei confronti di una persona in attesa di giudizio, vale a dire di una persona che non è stata ancora condannata in un processo con una sentenza definitiva.

La costituzione dispone che i termini massimi della custodia cautelare devono essere stabiliti dalla legge e, al riguardo, il codice di procedura penale prevede che:

  • la carcerazione preventiva è ammessa soltanto per i reati non lievi o di maggiore gravità;
  • la custodia cautelare non può durare, a seconda del tipo della gravità del reato, più di 2, 4 o 6 anni.

LA LIBERTA’ DI DOMICILIO, DI COMUNICAZIONE E DI CIRCOLAZIONE

In primo luogo la costituzione garantisce l’inviolabilità del domicilio (art. 141 Cost.).

L’inviolabilità del domicilio attribuisce a ogni persona il diritto di escludere intromissioni arbitrarie, da parte di soggetti privati o pubblici, nella propria vita privata.

Dal punto di vista della garanzia costituzionale il concetto di domicilio comprende qualunque luogo privato dove una persona svolgere le normali attività della propria vita quotidiana. Dato che sotto il profilo costituzionale il domicilio contraddistingue il luogo dove un individuo si può chiudere nella propria intimità, non può essere considerato tale un luogo di lavoro aperto al pubblico.

La libertà o inviolabilità del domicilio di una persona è tutelata con le stesse garanzie e con i medesimi limiti della libertà personale, in quanto:

  • qualsiasi intromissione della pubblica autorità in un domicilio privato può essere compiuta soltanto nei casi previsti tassativamente dalla legge e in esecuzione di un provvedimento motivato dell’autorità giudiziaria;
  • l’autorità di pubblica sicurezza può intervenire di propria iniziativa all’interno di un domicilio privato soltanto in casi di necessità e urgenza, ma subito dopo deve chiedere la convalida del provvedimento all’autorità giudiziaria.

Inoltre alcune leggi speciali attribuiscono agli organi pubblici il potere di compiere accertamenti e ispezioni domiciliari, ma non perquisizioni o sequestri, per motivi di sanità e di incolumità pubblica o per fini economici e fiscali.

Un altro aspetto della libertà individuale, riconosciuto e tutelato dalla costituzione, è costituito dalla libertà e segretezza delle comunicazioni (art. 151 Cost.).

Ogni persona ha il diritto di poter comunicare in modo libero e segreto con chi vuole, senza che altri soggetti pubblici o privati possono impedire la comunicazione o prendere conoscenza del suo contenuto.

Un individuo, quindi, è libero di trasmettere o di ricevere qualsiasi genere di messaggio con qualunque mezzo di comunicazione.

Analogamente agli altri diritti di libertà, anche il diritto di una persona di comunicare con altre persone è inviolabile ma può subire alcune limitazioni che però devono avvenire con le garanzie stabilite dalla legge e in base a un atto motivato di un giudice.

A differenza delle altre libertà, in materia di libertà di comunicazione l’autorità di pubblica sicurezza può intervenire soltanto sulla base di un mandato dell’autorità giudiziaria e non può mai adottare di sua iniziativa dei provvedimenti di carattere provvisorio, neppure in casi di necessità e urgenza.

La nostra costituzione, infine, riconosce espressamente a tutti i cittadini italiani la libertà di circolazione e di soggiorno (art. 161 Cost.).

La libertà di circolazione e di soggiorno consiste nel diritto di potersi muovere e di poter risiedere liberamente, per qualsiasi motivo, in qualunque luogo all’interno dello Stato italiano.

La libertà di movimento però non rientra nei diritti “inviolabili” dell’uomo, previsti e garantiti dall’articolo 2 della costituzione, in quanto viene riconosciuta soltanto ai cittadini italiani e ai cittadini degli altri paesi dell’Unione europea; i cittadini extracomunitari e gli apolidi, invece, sono sottoposti alle disposizioni di legge ordinaria, che può stabilire anche regole e controlli per il loro ingresso e il loro soggiorno in Italia.

Eventuali limitazioni del diritto dei cittadini di spostarsi e di soggiornare all’interno del territorio nazionale possono essere previste dalla legge soltanto in via generale e per motivi sanitari o di sicurezza (infezioni).

A norma dell’articolo 120 della costituzione le regioni ordinarie e speciali non possono adottare dei provvedimenti amministrativi o legislativi che ostacolino il diritto di libera circolazione delle persone e delle cose tra regioni o limitino il diritto di esercitare liberamente un’attività lavorativa in qualsiasi parte del territorio nazionale.

La libertà di movimento di un cittadino riconosciuta dalla costituzione comprende anche il diritto di espatriare e di rimpatriare.

LA LIBERTA’ DI RIUNIONE E DI ASSOCIAZIONE

La nostra costituzione riconosce espressamente alcune libertà collettive e, in particolare, la libertà di riunione e di associazione.

La libertà di riunione consiste nel diritto di riunirsi liberamente per qualsiasi motivo (politico, sindacale, religioso e così via), senza necessità di un’autorizzazione pubblica preventiva, purché la riunione avvenga in modo pacifico.

La nostra costituzione riconosce la libertà in esame soltanto ai cittadini italiani e degli altri paesi dell’unione europea; nei confronti degli stranieri extracomunitari e degli apolidi la legge ordinaria può stabilire alcune norme più restrittive per motivi di sicurezza o di ordine pubblico.

La libertà di potersi riunire rappresenta una garanzia fondamentale della democrazia perché consente a tutti di fare politica e di manifestare le proprie idee.

Il diritto di riunirsi con le altre persone è sottoposto dalla costituzione a un unico limite costituito dal fatto che le riunioni devono svolgersi in modo pacifico e senza armi (art. 171 Cost.).

Se una riunione di due o più persone avviene in un luogo pubblico, inoltre:

  • gli organizzatori devono inviare un preavviso al questore almeno tre giorni prima;
  • l’autorità di pubblica sicurezza può vietare o sciogliere la riunione soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica.

Se la riunione si svolge in un luogo privato o aperto al pubblico, invece, non è necessario dare il preavviso e l’autorità di PS non può vietare o sciogliere la riunione.

Non costituisce una vera e propria riunione, invece, un semplice assembramento, che ricorre quando più persone si concentrano in modo spontaneo od occasionale nello stesso luogo.

La libertà di associazione consiste nel diritto di potersi associare liberamente, senza necessità di un’autorizzazione da parte dell’autorità pubblica, per realizzare qualunque fine o scopo comune che non sia vietato ai singoli dalla legge penale.

È possibile quindi costituire qualsiasi tipo di associazione senza ingerenze esterne da parte dello Stato, perché le associazioni possono fare tutto quello che è lecito e non è vietato per i singoli individui. Il nostro ordinamento giuridico, oltre alla libertà delle associazioni nei confronti dello Stato, riconosce anche la libertà dei singoli individui nei confronti delle associazioni.

Anche la libertà di associazione però incontra alcuni limiti, che sono diretti a tutelare l’ordine pubblico: sono proibite le associazioni criminali, le associazioni per delinquere e le associazioni di tipo mafioso.

In base alla costituzione sono vietate espressamente anche (art. 182 Cost.):

  • le associazioni segrete, vale a dire che nascondono all’esterno la loro esistenza o alcuni elementi costitutivi (lo statuto, lo scopo, i nomi dei dirigenti e così via);
  • le associazioni che perseguono fini politici mediante organizzazioni di carattere militare, perché la lotta politica deve svolgersi in modo democratico, con un dibattito civile e pacifico.

Il codice penale punisce espressamente le associazioni sovversive dell’ordine economico e sociale e le associazioni con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico.

Un altro limite della libertà di associarsi è rappresentato dal divieto di ricostituire il partito nazionale fascista sotto qualsiasi forma.

LA LIBERTA’ RELIGIOSA

L’articolo 19 della costituzione riconosce a tutti la libertà religiosa, che, in particolare, comprende:

  • il diritto di avere una fede, di professarla e di farne propaganda pubblicamente (cosiddetto proselitismo);
  • il diritto di praticare il culto, in privato ma anche in pubblico, purché non si tratti di pratiche o dei riti contrari al buon costume.

La religione è sia un fenomeno individuale (tocca la coscienza dei singoli) sia un fenomeno collettivo, perché di regola i fedeli fanno parte di confessioni religiose che assumono spesso una notevole importanza nella società civile.

Il primo comma dell’articolo 8 della costituzione proclama il principio generale in base al quale tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge (NO uguaglianza formale).

(La costituzione riconosce solennemente l’uguaglianza davanti alla legge di tutti i cittadini senza distinzione di religione, ma si limita ad affermare l’uguale libertà di tutte le confessioni religiose e non la loro uguaglianza formale).

Al riguardo la costituzione prevede un sistema diverso dei rapporti dello Stato italiano con la Chiesa cattolica e con le altre confessioni religiose.

Nel nostro ordinamento giuridico e i rapporti tra lo Stato e la Chiesa cattolica sono disciplinati dall’articolo 7 della costituzione, la cui approvazione provocò lunghe discussioni e aspri contrasti all’interno dell’assemblea costituente (1870 breccia di Porta Pia = rottura – 1924 patti lateranensi = ricostituzione).

Il primo comma dell’articolo 7 della costituzione afferma che “lo Stato e la Chiesa cattolica sono ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”: si tratta quindi di enti od organizzazioni che hanno finalità di natura diversa, rispettivamente civile e spirituale, e che costituiscono due ordinamenti giuridici del tutto separati e autonomi.

Alla Chiesa cattolica viene riconosciuta una posizione di parità rispetto allo Stato, perché la Chiesa non è soggetta alla sovranità dello Stato e i loro rapporti giuridici sono regolati con accordi bilaterali.

In base al secondo comma dell’articolo 7 della costituzione, infatti, i rapporti tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica sono disciplinati dai cosiddetti Patti Lateranensi.

Per quanto riguarda le eventuali modificazioni successive dei Patti bisogna distinguere a seconda che siano consensuali, cioè concordate con la Chiesa, o unilaterali, ossia decise solo dallo Stato: le modificazioni consensuali degli accordi non richiedono un procedimento di revisione costituzionale e possono essere realizzate con una semplice legge ordinaria; le modificazioni unilaterali degli accordi da parte dello Stato italiano, invece, richiedono una legge costituzionale, approvata con la procedura prevista dall’articolo 138 della costituzione.

La costituzione disciplina i rapporti dello Stato italiano con le altre confessioni religiose:

  • in primo luogo alle confessioni diverse da quella cattolica viene riconosciuto il diritto di autoregolamentarsi a condizione che i loro statuti o regolamenti non siano in contrasto con l’ordinamento italiano: lo Stato quindi si mantiene “neutrale”;
  • in secondo luogo i rapporti tra lo Stato italiano e le confessioni non cattoliche sono disciplinati con una legge ordinaria dello Stato, in base a una intesa preventiva con i rappresentanti delle comunità interessate, e in seguito possono essere modificati, integrati o abrogati con un’altra legge ordinaria o con altro atto avente forza di legge.

La prima intesa è stata stipulata con la cosiddetta Tavola Valdese (Assemblee di Dio in Italia, Unione delle Chiese cristiane avventiste del 7° giorno, Unione delle Comunità ebraiche, Unione cristiana evangelica battista, Chiesa evangelica luterana così via).

Non esistono ancora accordi con i musulmani e con la Congregazione cristiana dei Testimoni di Geova.

LA LIBERTA’ DI MANIFESTAZIONE DEL PENSIERO

La libertà d’espressione o di opinione consiste nel diritto di una persona di poter manifestare liberamente il proprio pensiero con qualsiasi mezzo (art. 21 Cost.).

Il diritto di manifestare liberamente le proprie opinioni si è affermato soltanto nello Stato moderno e rappresenta uno dei caratteri distintivi più importanti dei regimi democratici.

Nei regimi autoritari o totalitari, infatti, esiste un’unica verità ufficiale dello Stato, che si identifica con l’ideologia del capo oppure del partito o della religione dominante.

La libertà di opinione quindi è una condizione necessaria e, al tempo stesso, la principale garanzia del corretto funzionamento di un sistema politico di tipo democratico.

Anche la libertà d’espressione, però, è soggetta ad alcuni limiti.

Un primo limite, previsto esplicitamente della costituzione, riguarda la pubblica decenza: è vietata qualsiasi manifestazione del pensiero contraria al buon costume (comune senso del pudore). Il concetto del pudore sessuale e di “osceno” deve essere valutato caso per caso dal giudice ed è variabile nel corso del tempo. Le opere cinematografiche sono soggette a una censura preventiva, che invece non è più prevista per le opere teatrali: un film infatti, deve ottenere il visto dell’autorità amministrativa.

Per proteggere i bambini e gli adolescenti è stato stabilito che la proiezione televisiva dei film contenenti immagini di sesso o di violenza tale da poter incidere negativamente sulla sensibilità dei minori deve avvenire al di fuori della cosiddetta fascia protetta.

Altri limiti della libertà di espressione sono stabiliti espressamente dalla legge. Essi riguardano:

  • la dignità e la riservatezza delle persone: è vietato offendere l’onore o la reputazione di altre persone o diffondere notizie riservate relative alla loro vita privata (a meno che non si tratti di personaggi pubblici);
  • il segreto di Stato e il segreto d’ufficio: ai dipendenti pubblici è vietato rivelare delle notizie riservate, relative alla loro attività o che hanno appreso nello svolgimento della loro attività, che devono rimanere segrete per non compromettere la sicurezza dello Stato o l’esercizio delle funzioni pubbliche;
  • l’ordine pubblico: è vietato incitare altre persone a commettere un reato (istigazione a delinquere) o elogiare pubblicamente un comportamento illecito (apologia di reato).

Mentre l’istigazione a delinquere costituisce sempre un reato, in quanto non consiste in una pura e semplice manifestazione del pensiero, a volte può essere difficile distinguere l’apologia di un reato dalla semplice propaganda politica che è consentita e non è vietata dalla legge (è ritenuta lecita anche una propaganda diretta sovvertire l’ordine costituito).

Nell’epoca moderna la forma più importante di manifestazione del pensiero è costituita dai mezzi di comunicazione di massa che possono condizionare e influenzare l’opinione pubblica; è fondamentale quindi assicurare la libertà dell’informazione, che comprende sia il diritto dell’informazione sia il diritto all’informazione.

Da un lato, infatti, i mass-media devono essere liberi di informare il pubblico senza controlli da parte del potere pubblico che potrebbe limitare o reprimere il dissenso (diritto dell’informazione); dall’altro lato il pubblico ha il diritto di essere informato in modo imparziale e obiettivo, senza ingerenze o manipolazioni delle notizie da parte dei mezzi di informazione (diritto all’informazione).

Al riguardo la costituzione riconosce il diritto dell’informazione come mezzo per garantire, attraverso il pluralismo informativo, il diritto all’informazione: il pluralismo consente ai cittadini di confrontare idee e opinioni politiche diverse e di effettuare liberamente le proprie scelte.

È escluso quindi qualsiasi controllo preventivo sulla stampa, che non può essere sottoposta ad autorizzazioni o censure, ma il sequestro della stampa è invece consentito se sono stati commessi alcuni reati d’opinione (vilipendio, istigazione a delinquere e così via) oppure se si tratta di una pubblicazione clandestina od oscena, in quanto priva delle indicazioni richieste dalla legge o contrarie al buon costume.

L’attività nel settore dell’informazione richiede l’investimento di capitali elevati ed è caratterizzata, per questo motivo, dalla concentrazione della proprietà nelle mani di grandi gruppi finanziari, che spesso operano anche in altri settori economici; questa concentrazione può dare luogo facilmente a un conflitto di interessi. Pertanto la costituzione dispone che la legge può prevedere l’obbligo di pubblicizzare i mezzi di finanziamento della stampa periodica.

In particolare, la cosiddetta legge sull’editoria stabilisce l’obbligo per le imprese editrici di rendere pubblici gli eventuali passaggi di proprietà e i bilanci, con l’indicazione delle fonti di finanziamento. La stessa legge inoltre vieta la creazione di posizioni dominanti disponendo che lo stesso soggetto o gruppo finanziario non può detenere, in modo diretto o indiretto, più del 20% del mercato nazionale dei quotidiani (la costituzione si limita a disciplinare la carta stampata, non si occupa della radio e della televisione).

I RAPPORTI SOCIALI ED ECONOMICI

I titoli II e III della prima parte della costituzione sono dedicati ai rapporti etico-sociali e ai rapporti economici.

I RAPPORTI SOCIALI

In particolare, nella nostra costituzione i rapporti sociali riguardano:

  • la famiglia (artt. 29 – 30 – 31 Cost.);
  • la salute (art. 32 Cost.);
  • l’istruzione (artt. 33 – 34 Cost.).

La costituzione definisce la famiglia come una società naturale, vale a dire come una forma originaria e spontanea di aggregazione sociale.

La costituzione tutela la famiglia legittima o fondata sul matrimonio, ossia su un impegno giuridico assunto in modo solenne dei coniugi nei confronti dello Stato, mentre non ha ritenuto opportuno riconoscere anche la cosiddetta famiglia naturale o di fatto, consistente nella semplice convivenza in comune di due persone non sposate tra loro.

Al suo interno la famiglia si basa sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, tra loro e nei confronti degli eventuali figli, salvo i limiti stabiliti inderogabilmente dalla legge.

Entrambi i genitori sono tenuti a mantenere, istruire ed educare i figli legittimi e anche naturali ai quali viene riconosciuta la più ampia tutela giuridica e sociale.

Per quanto riguarda i rapporti tra i genitori e i figli, la costituzione riconosce al padre e alla madre un’autonomia molto ampia, disponendo che lo Stato può intervenire al posto dei genitori soltanto se non sono in grado di assolvere i loro compiti nei confronti dei figli. La costituzione inoltre impone allo Stato di predisporre adeguate misure economiche per agevolare la formazione della famiglia e l’adempimento dei suoi compiti.

La salute di una persona viene tutelata espressamente dalla costituzione come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività.

Una persona ha diritto a stare bene e anche il dovere di impegnarsi per stare bene. La legge non consente agli individui di disporre arbitrariamente della propria vita e del proprio corpo, in quanto si tratta di beni indisponibili. In particolare sono vietati l’omicidio di una persona consenziente e gli atti di disposizione del proprio corpo che causino una diminuzione permanente dell’integrità fisica di una persona: pertanto non sono ammessi la cosiddetta eutanasia (soppressione dei malati incurabili) e il commercio di organi, ma è possibile la donazione di alcuni organi per salvare la vita di un’altra persona.

I principi costituzionali relativi alla salute riguardano:

  • la garanzia di cure gratuite per le persone indigenti;
  • la previsione che i trattamenti sanitari obbligatori possono essere imposti dalla legge soltanto per ragioni di pubblico interesse e in ogni caso con il rispetto della persona.

La nostra costituzione afferma espressamente il principio di libertà dell’arte, della scienza e del loro insegnamento (diritto all’istruzione).

La libertà della cultura è strettamente collegata alla libertà di manifestazione del pensiero in quanto le opere d’arte e le ricerche scientifiche costituiscono un mezzo di espressione di idee, opinioni e così via.

Per quanto riguarda l’istruzione, in particolare, la costituzione stabilisce che lo stato deve istituire scuole statali di ogni ordine e grado e che la scuola è aperta a tutti.

La costituzione non riserva all’ente pubblico un’esclusiva in questa materia e riconosce a enti o privati il diritto di istituire scuole e istituti di educazione, purché ciò avvenga senza oneri per lo Stato (devono finanziarsi con mezzi propri e non possono pretendere finanziamenti dallo Stato).

La legge 10 marzo 2000, n. 62, in materia di parità scolastica e di diritto allo studio, ha stabilito che il sistema nazionale di istruzione è formato dalle scuole statali e dalle scuole paritarie (private e degli enti locali). Le scuole paritarie devono accogliere chiunque richieda di iscriversi e che sia in possesso di un titolo di studio valido per l’iscrizione alla classe che intende frequentare, compresi anche gli studenti portatori di handicap in condizioni di svantaggio. Il riconoscimento della parità alle istituzioni scolastiche non statali che ne facciano richiesta può essere concesso soltanto a condizione che presentino particolari requisiti di qualità ed efficacia indicati in modo analitico dalla legge. Lo Stato non concede direttamente finanziamenti pubblici alle scuole private ma assegna delle borse di studio alle famiglie in condizioni economiche svantaggiose.

L’istruzione scolastica è insieme un diritto è un dovere, in quanto la costituzione stabilisce l’obbligo per tutti di frequentare un corso minimo di studi di otto anni, durante i quali la scuola è obbligatoria, gratuita e uguale per tutti; è evidente che un corso minimo di studi uguale per tutti è utile sia ai singoli individui sia alla collettività.

La legge ordinaria poi può prevedere un livello minimo di istruzione più elevato: attualmente l’obbligatorietà dell’istruzione scolastica è fissata dalla legge in almeno 10 anni. La costituzione, inoltre, prevede espressamente il diritto delle persone capaci e meritevoli di continuare gli studi oltre la scuola dell’obbligo anche se non hanno i mezzi economici sufficienti; allo scopo di rendere effettivo questo diritto, lo Stato deve prevedere degli aiuti economici che, per garantire un’assegnazione imparziale, devono essere attribuiti per concorso.

Il diritto allo studio quindi è un diritto anche sostanziale perché lo Stato deve intervenire per ridurre le disuguaglianze sociali e per garantire a ogni persona la libertà di proseguire gli studi.

Lo stato infine si riserva il diritto di controllare i risultati dell’istruzione, in quanto sono previsti un esame di Stato obbligatorio per ottenere l’ammissione a un grado superiore dell’istruzione e un altro alla conclusione degli studi o per l’abilitazione all’esercizio di una professione.

I RAPPORTI ECONOMICI

Il lavoro è considerato dalla costituzione come un valore fondamentale dell’intera società (cosiddetto principio lavorista – art. 1 Cost.) ed è disciplinato da una serie di norme a tutela dei lavoratori, che sono ritenuti più deboli dal punto di vista economico rispetto ai datori di lavoro.

La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla costituzione che, però, afferma anche che la legge deve stabilire i limiti per assicurarne la funzione sociale e l’accessibilità a tutti e che la proprietà può essere soggetta ad espropriazione per motivi di pubblico interesse, nei casi previsti dalla legge e in cambio di un indennizzo al proprietario.

La nostra costituzione traccia le linee di un sistema a economia mista, nel quale la proprietà dei mezzi di produzione può essere pubblica o privata e l’iniziativa economica privata è libera, ma non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o con altri valori ritenuti fondamentali (art. 41 Cost.).

La legge pertanto deve stabilire i programmi e i controlli opportuni per armonizzare l’attività economica privata con quella pubblica e indirizzarla verso fini sociali.

I DOVERI COSTITUZIONALI

Accanto ai diritti costituzionali vi sono anche alcuni doveri; in proposito la costituzione pone una riserva di legge stabilendo che una prestazione personale o patrimoniale può essere imposta soltanto in base alla legge: un dovere quindi è vincolante per i cittadini, che sono tenuti ad adempierlo od osservarlo, soltanto se trova la propria legittimazione in una disposizione legislativa.

Il principio di legalità costituisce una garanzia fondamentale per i cittadini, perché soltanto il Parlamento può porre dei nuovi doveri.

La riserva di legge tuttavia è una riserva soltanto relativa, perché la pubblica amministrazione non può creare un nuovo dovere, ma può individuare e precisare un dovere già previsto da una legge.

La carta costituzionale sancisce i seguenti doveri fondamentali nei confronti dello Stato:

  • la difesa della patria (art. 52 Cost.);
  • il concorso alle spese pubbliche (art. 53 Cost.);
  • la fedeltà alla Repubblica e l’osservanza della costituzione e delle leggi (art. 54 Cost.).

Il primo dovere imposto ai cittadini, che è definito “sacro” per metterne in evidenza l’importanza, consiste nel dovere di difendere la Patria in tutti i casi di estrema necessità (guerra, calamità naturale, …).

La difesa del proprio paese si manifesta principalmente nello svolgimento del servizio militare.

In passato il servizio militare si basava su un servizio obbligatorio di leva per tutti i cittadini maggiorenni di sesso maschile. Dal 1 gennaio 2005 il servizio obbligatorio di leva è stato sostituito in via generale da un servizio militare professionale, cioè riservato ai volontari.

La nuova normativa prevede ancora la possibilità di ricorrere al reclutamento obbligatorio in situazioni eccezionali, qualora il personale in servizio o richiamato in servizio risulti insufficiente a garantire le esigenze della difesa.

Per garantire il rispetto dei diritti fondamentali della persona all’interno delle forze armate, verso la fine degli anni 70 sono state introdotte il diritto di difesa nei processi penali militari, l’esercizio dei diritti politici e la libertà di manifestazione del pensiero.

È da notare che la “difesa” della comunità non si realizza soltanto garantendo i cittadini contro eventuali aggressioni esterne, ma anche incentivando la partecipazione dei cittadini ad attività dirette a conservare e migliorare il benessere collettivo: in tale ottica è stato introdotto un servizio civile nazionale su base volontaria.

La costituzione impone il dovere di concorrere alle spese pubbliche, cioè di pagare i tributi (imposte, tasse e contributi) per finanziare i servizi pubblici – inderogabile.

Il dovere di contribuire alle spese pubbliche riguarda i cittadini ma anche gli stranieri e gli apolidi. Per quanto riguarda le modalità del concorso alle spese pubbliche, la costituzione fissa due criteri di carattere generale:

  • da un lato dichiara che tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in base alla loro capacità contributiva (art. 531 Cost.);
  • dall’altro afferma che il sistema tributario deve basarsi nel suo complesso su un criterio di progressività (art. 532 Cost.).

L’evasione tributaria è un fenomeno molto grave sia dal punto di vista finanziario, in quanto diminuisce le entrate degli enti pubblici sottraendo loro risorse economiche, sia dal punto di vista sociale e morale, perché costituisce una violazione del dovere di solidarietà economica affermato dall’articolo 2 della costituzione.

Tutti i cittadini, infine, hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la costituzione e le leggi dello Stato.

In particolare, i funzionari pubblici hanno il dovere di adempiere le funzioni con disciplina e onore.

La violazione di questo dovere può dare luogo all’applicazione di sanzioni amministrative di carattere disciplinare e anche, nei casi più gravi, di sanzioni penali.

LA GIUSTIZIA COSTITUZIONALE

LA CORTE COSTITUZIONALE: COMPOSIZIONE E FUNZIONI

Come sappiamo la nostra costituzione è rigida, perché non può essere modificata con la procedura legislativa ordinaria ma soltanto ricorrendo a una procedura speciale (procedura aggravata art. 138 Cost.).

Quando una costituzione è rigida, le leggi ordinarie non possono essere in contrasto con le norme e i principi costituzionali: è necessario quindi che vi sia un organo con il compito di giudicare se una legge ordinaria rispetta la costituzione e, in caso contrario, di eliminarla dall’ordinamento giuridico.

La corte costituzionale, organo cui spetta il giudizio sulla legittimità delle leggi, è stata introdotta dalla costituzione del 1948, ma ha iniziato a operare di fatto soltanto verso la metà degli anni 50 (1956).

Nella formazione della corte intervengono tre diversi poteri dello Stato, in particolare:

  • cinque giudici, nominati dal presidente della Repubblica;
  • cinque giudici, eletti dal parlamento in seduta comune;
  • cinque giudici, eletti dalle magistrature di grado più elevato.

I giudici costituzionali rimangono in carica nove anni e non sono rieleggibili al termine del loro mandato.

La carica di giudice costituzionale inizia a decorrere dal momento del giuramento di osservare la costituzione e le leggi della Repubblica e termina automaticamente quando scadono i nove anni; per i giudici costituzionali, quindi, non è consentita la continuazione temporanea dell’esercizio delle funzioni (cosiddetta prorogatio) fino alla nomina del loro successore.

I giudici costituzionali devono eleggere tra loro il presidente della corte costituzionale che rimane in carica tre anni ed è rieleggibile come presidente fino alla scadenza del suo mandato come giudice costituzionale.

I giudici costituzionali non possono essere perseguiti o sottoposti a un processo, anche dopo la scadenza del loro mandato, per le opinioni espresse e per i voti dati nell’esercizio delle loro funzioni (cosiddetta insindacabilità) e, fino a quando rimangono in carica, non possono essere arrestati o sottoposti ad altre misure restrittive della loro libertà personale senza l’autorizzazione della stessa corte costituzionale (cosiddetta inviolabilità).

Inoltre i giudici costituzionali possono essere sospesi o rimossi dal loro ufficio soltanto per sopravvenuta incapacità o per gravi mancanze nell’esercizio delle loro funzioni e in seguito a una deliberazione approvata dalla corte costituzionale (cosiddetta inamovibilità).

È prevista una incompatibilità della carica di giudice costituzionale con altre cariche, pubbliche o private, nonché il divieto di svolgere attività relative a un’associazione o a un partito politico; l’eventuale dichiarazione di decadenza di uno dei suoi membri per incompatibilità, inoltre, è di competenza della stessa corte costituzionale.

Di regola la corte costituzionale delibera con la presenza di almeno 11 giudici e a maggioranza assoluta (in caso di parità nelle votazioni, prevale il voto del presidente).

Le decisioni della corte costituzionale sono sentenze non impugnabili e quindi definitive.

Nel nostro ordinamento giuridico le funzioni principali attribuite alla corte costituzionale riguardano:

  • i giudizi di legittimità sulle leggi ordinarie dello Stato o delle regioni e sugli altri atti aventi forza di legge;
  • i giudizi sui conflitti di attribuzione tra i poteri dello Stato, tra lo Stato e le regioni o tra le regioni;
  • i giudizi penali nei confronti del presidente della Repubblica;
  • i giudizi sull’ammissibilità delle richieste di referendum popolare.

La CC svolge una funzione non soltanto giurisdizionale ma anche politica, come interprete e garante della Cost.

IL GIUDIZIO DI LEGITTIMITA’ COSTITUZIONALE

La funzione principale della Corte costituzionale è il giudizio di legittimità costituzionale.

Il giudizio di legittimità costituzionale è diretto ad accertare la conformità alla costituzione delle leggi e degli altri atti primari aventi forza o efficacia di legge.

In particolare il giudizio sulle leggi può riguardare i seguenti atti:

  • le leggi ordinarie dello Stato approvate dal Parlamento e gli atti aventi forza di legge emanati dal governo;
  • le leggi regionali e gli statuti regionali;
  • le leggi delle province autonome di Trento e Bolzano.

È da notare che il sindacato della corte costituzionale può avere come oggetto anche le leggi costituzionali che possono essere illegittime da un punto di vista formale, quando non è stato osservato l’articolo 138 della costituzione, o da un punto di vista sostanziale, quando sono stati violati i limiti posti dalla costituzione alla procedura di revisione costituzionale.

Il sindacato della corte costituzionale non può riguardare i seguenti atti normativi:

  • gli atti comunitari;
  • il referendum popolare sottoposto già al giudizio preventivo di ammissibilità da parte della stessa corte;
  • i regolamenti amministrativi, che sono fonti normative secondarie. Secondo il principio di legalità, infatti, i regolamenti amministrativi possono essere emanati soltanto in base a una legge (legittima).

Il controllo di legittimità costituzionale può avvenire in modo indiretto o diretto: in entrambi i casi la corte costituzionale non può mai intervenire di propria iniziativa ma solo in seguito a una richiesta esplicita di un altro organo.

Nel procedimento indiretto la questione di legittimità costituzionale deve essere proposta nel corso di un processo davanti a un organo giurisdizionale.

La questione di legittimità costituzionale di una norma può essere sollevata da una delle parti con un’eccezione oppure può essere rilevata dal pubblico ministero o dallo stesso giudice.

L’eccezione di incostituzionalità deve essere presentata al giudice davanti al quale si svolge il processo (cosiddetto giudice a quo) e non direttamente alla corte costituzionale (cosiddetto giudice ad quem).

Una questione di legittimità costituzionale per essere ammissibile deve essere:

  • rilevante, in quanto deve riguardare una disposizione determinante per poter decidere il giudizio in corso;
  • non manifestamente infondata, perché vi deve essere un ragionevole dubbio sulla legittimità costituzionale di una disposizione.

Se si ritiene che la questione sia irrilevante o manifestamente infondata, il giudice deve respingere l’eccezione con un’ordinanza motivata e continuare il giudizio in corso. Se invece ritiene che la questione sia rilevante e non manifestamente infondata, il giudice deve emettere un’ordinanza motivata di rinvio alla costituzione e ordinare la trasmissione immediata degli atti alla Corte.

Con la medesima ordinanza il giudice delle disporre anche la sospensione del giudizio in corso, fino alla decisione da parte della corte costituzionale sulla questione, perché soltanto in quel momento si saprà se si può applicare la disposizione sospettata di illegittimità.

Nel procedimento diretto una questione di legittimità costituzionale viene proposto direttamente davanti alla corte costituzionale, indipendentemente dall’esistenza di un processo in corso.

Il ricorso diretto alla corte può essere presentato:

  • dallo Stato nei confronti di una legge regionale;
  • da una regione nei confronti di una legge o di un atto avente forza di legge dello Stato o di un’altra regione.

In entrambi i casi il controllo della corte costituzionale è un controllo successivo, in quanto il ricorso può essere presentato entro 60 giorni dalla pubblicazione di una legge che, quindi, entra in vigore ma in seguito può essere annullata se il ricorso viene accolto dalla corte.

Le sentenze pronunciate dalla corte costituzionale possono essere di accoglimento o di rigetto.

Con una sentenza di accoglimento la corte costituzionale dichiara che la disposizione impugnata è illegittima dal punto di vista costituzionale.

In seguito alla dichiarazione di incostituzionalità della corte, la disposizione in esame cessa di avere efficacia dal giorno successivo alla pubblicazione della sentenza e non può più essere applicata nei confronti di chiunque.

La cessazione di efficacia di una norma giuridica quindi opera retroattivamente (ex tunc) nel senso che anche i rapporti giuridici precedenti non possono più essere disciplinati dalla disposizione che è stata dichiarata incostituzionale (dal punto di vista penale è prevista la cessazione dell’esecuzione della pena).

Con una sentenza di rigetto la corte costituzionale respinge la questione di illegittimità costituzionale riguardante la disposizione impugnata.

La corte costituzionale non può dichiarare che la disposizione impugnata è legittima, ma soltanto che non è illegittima in relazione ai motivi esposti, e non può dichiarare l’incostituzionalità della disposizione se ritiene che sia in contrasto con un’altra norma o con un altro principio contenuto nella costituzione.

In caso di rigetto infatti la questione di legittimità costituzionale può essere ripresentata ancora alla corte, denunciando altri vizi di incostituzionalità o anche gli stessi vizi, perché la corte può modificare nel tempo la propria giurisprudenza in seguito al cambiamento dei giudici costituzionali o alle trasformazioni sociali.

IL GIUDIZIO SUI CONFLITTI DI ATTRIBUZIONE

La seconda funzione assegnata alla corte costituzionale riguarda la risoluzione dei conflitti di attribuzione tra poteri dello Stato, tra lo Stato e le regioni o tra le regioni tra loro (art. 134 Cost.).

I conflitti di attribuzione possono essere positivi, quando entrambi emanano il medesimo provvedimento, oppure negativi, quando entrambi dichiarano di non essere competenti in una determinata materia.

I conflitti di attribuzione tra i poteri dello Stato possono riguardare atti legislativi, amministrativi e giurisdizionali. Sono riservati alla decisione della corte costituzionale però soltanto i conflitti esterni, tra organi appartenenti a poteri diversi, mentre i conflitti che possono sorgere tra organi dello stesso potere devono essere risolti all’interno del potere al quale appartengono gli organi coinvolti nel conflitto.

La corte costituzionale inoltre è competente soltanto per i conflitti tra gli organi supremi (posti al vertice) che non dipendono da altri organi. Gli organi considerati al vertice dei poteri dello Stato sono:

  • ciascuna camera del Parlamento;
  • il Governo;
  • la magistratura, cioè il consiglio superiore della magistratura e ogni singolo giudice;
  • il presidente della Repubblica;
  • la Corte Costituzionale;
  • gli altri organi di rilievo costituzionale (CNEL, Consiglio di Stato, corte dei conti …).

Nel caso di un conflitto tra lo Stato e le regioni o di una regione con un’altra regione, il ricorso alla corte costituzionale può riguardare soltanto gli atti amministrativi e giurisdizionali che invadono la competenza riconosciuta dalla costituzione allo Stato o a una regione; il conflitto di attribuzioni non può riguardare gli atti legislativi dello Stato o di una regione nei confronti dei quali si può proporre un giudizio di legittimità costituzionale.

Il ricorso deve essere presentato a pena di decadenza entro 60 giorni dalla pubblicazione del provvedimento impugnato e la corte costituzionale può decidere la sospensione cautelare del provvedimento, fino alla decisione sul ricorso, per gravi motivi.

IL GIUDIZIO SULLE ACCUSE CONTRO IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Un’altra competenza della corte costituzionale riguarda i giudizi contro il presidente della Repubblica per alto tradimento o attentato alla costituzione.

Nel nostro ordinamento il presidente della Repubblica è giudicato dalla corte costituzionale in composizione allargata con la presenza di 16 giudici aggregati (laici) che rappresentano in modo simbolico il popolo come titolare della sovranità e sono estratti a sorte da un apposito elenco predisposto dal Parlamento (elenco di 45 cittadini aventi i requisiti per essere eletti senatori, redatto ogni nove anni).

L’atto d’accusa contro il capo dello Stato deve essere approvato dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri e a scrutinio segreto.

In seguito alla messa in stato d’accusa deliberato dal Parlamento (impeachment), la corte costituzionale può disporre in via cautelare la sospensione dalla carica del presidente della Repubblica.

Il procedimento di accusa davanti alla corte si svolge nel seguente modo:

  • l’istruzione della causa è compiuta dallo stesso presidente della corte costituzionale e consiste nell’interrogatorio del capo dello Stato e nel compimento degli altri atti istruttori che si rendono necessari in base alle circostanze del caso;
  • all’udienza, dopo che il presidente ha esposto una relazione al collegio, si svolge il dibattimento, durante il quale sono sentite in contraddittorio tra loro l’accusa e la difesa;
  • al termine del dibattimento la corte si riunisce in camera di consiglio e pronuncia a maggioranza una sentenza di assoluzione o di condanna.

La legge richiede che partecipino alla votazione almeno 21 giudici (su 31) e che la maggioranza dei componenti del collegio giudicante sia costituita da giudici laici (non togati).

Di regola le sentenze della corte sono definitive; tuttavia se sopravvengono o sono scoperti dei fatti nuovi, dai quali risulti in modo evidente che il reato non sussiste si può chiedere eccezionalmente la revisione della sentenza di condanna.

Nel giudizio d’accusa nei confronti del capo dello Stato la corte costituzionale ha un’ampia discrezionalità nell’individuazione concreta dei reati presidenziali e nella determinazione delle sanzioni da applicare.

In particolare nella sentenza di condanna la corte costituzionale, oltre alla decadenza dalla carica come sanzioni di natura accessoria, può applicare al capo dello Stato le altre sanzioni costituzionali, civili o amministrative che ritenga adeguate al fatto.

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