La politica fiscale

La politica fiscale è realizzata dalle autorità di governo al fine di contrastare gli squilibri congiunturali e strutturali dell’economia mediante un insieme di interventi sia sul versante delle entrate pubbliche, sia su quello delle spese pubbliche. [member]Prima, invece, si riteneva che i compiti dello Stato dovessero limitarsi a quelli strettamente istituzionali (l’amministrazione della giustizia, difesa…). Questo era chiamato il principio della neutralità delle finanze e implicava il pareggio di bilancio statale: lo Stato doveva limitarsi a stabilire le spese necessarie a soddisfare quella sua esclusiva competenza, e a farvi fronte mediante entrate corrispondenti. L’ipotesi di uscite extra veniva presa in considerazione solo in casi eccezionali come guerre, calamità naturali…

L’analisi keynesiana, invece, assegna allo Stato un ruolo strategico per lo sviluppo armonico dell’economia. Di conseguenza, la finanza pubblica non può e non deve più essere considerata neutrale ma interventista, sia nel senso di una sua necessaria integrazione al mercato, sia al fine di assicurare una crescita armonica del sistema.

LE MANOVRE DELLA POLITICA FISCALE

La politica fiscale ha un numero più limitato di strumenti operativi e rispetto a quelli della politica monetaria:

  1. la manovra sulle entrate pubbliche;
  2. la manovra sul disavanzo pubblico;
  3. la manovra sulle spese pubbliche.

La manovra fiscale di tipo quantitativo si può effettuare imprimendo una variazione all’ammontare del gettito tributario o una variazione all’ammontare delle spese pubbliche da realizzare. Partendo da un’ipotesi di situazione economica depressiva si dovrà attuare una manovra fiscale in funzione anti-deflazionistica che può essere realizzata mediante:

  • una contrazione delle entrate pubbliche con l’obiettivo di mettere la collettività in condizione di possedere una maggiore quantità di reddito, riducendo il gettito tributario. Da questa manovra ci si attende che la collettività indirizzi il maggior reddito disponibile verso l’impiego a fini produttivi o verso il consumo: questo genera un’espansione della domanda globale;
  • un incremento della spesa pubblica fermo restando il prelievo fiscale operato a carico della collettività. Le decisioni di spesa si traducono direttamente in un’espansione della domanda globale, aumentando sia i consumi pubblici, sia gli investimenti pubblici.

Il risultato sarà quello ottenuto mediante l’effetto del moltiplicatore (moltiplicatore della spesa pubblica): sarà sufficiente un dato ammontare di spesa perché si generi un reddito aggiuntivo tale da espandere la domanda globale fino alla piena utilizzazione delle risorse disponibili.

La dottrina Keynesiana non solo giudicò necessario l’intervento pubblico a sostegno dell’economia, ma giunse legittimare ampi e persistenti disavanzi del bilancio sulla base del presupposto che il sistema è cronicamente incapace di assicurare la piena occupazione.

Il fatto che l’attività finanziaria dello Stato possa dar luogo a passivi di bilancio pone il delicato problema della loro copertura. Qualora il deficit sia coperto mediante l’emissione di mezzi monetari, si avrà un aumento netto di liquidità nel sistema, accompagnato da una diminuzione dei tassi di interesse; se il deficit è coperto con l’emissione di titoli pubblici non si avrà un aumento di liquidità ma vi sarà una tendenza all’aumento dei tassi di interesse e questo può avere effetti negativi sugli investimenti privati.

La manovra fiscale di tipo qualitativo si effettua variando la composizione delle entrate da realizzare e delle spese da effettuare. Dal lato dell’entrata si avrà una riduzione delle aliquote relative alle imposte sui consumi (IVA) o una revisione dell’imposta diretta sui redditi (IRPEF).

Nel primo caso la domanda di consumo può risultare particolarmente sensibile alla diminuzione dell’imposta sui consumi, nel secondo caso l’aumento dei consumi si realizza soltanto qualora il maggior reddito disponibile non sia risparmiato, ma speso.

Sul versante della spesa pubblica, se si vuole variare la spesa sociale privilegiando i lavoratori disoccupati a quelli a basso reddito, a parità di livello di spesa si otterrà un effetto espansivo sulla domanda globale. Ciò in quanto i ceti meno abbienti hanno una propensione al consumo più elevata.

La scelta dell’uno o dell’altro strumento sarà una questione di momento, di situazione, di opportunità politica, di tempestività dei provvedimenti…

I MECCANISMI AUTOMATICI DI STABILIZZAZIONE CONGIUNTURALE

Alcuni tra i meccanismi della politica fiscale sono in grado di operare in controtendenza, attenuando gli squilibri economici in modo automatico. Un esempio di questi meccanismi è rappresentato dalle imposte progressive. Tali tributi presentano la caratteristica di essere congegnati ad aliquota crescente il che significa che l’imposizione relativa aumenta più che proporzionalmente rispetto alla base imponibile. Dato il loro andamento del gettito fiscale proveniente da questi tributi cresce al ritmo crescente, rallentando lo sviluppo economico complessivo e procurando maggiori entrate allo Stato.

Altro esempio di stabilizzatore sono i sussidi di disoccupazione. Nelle fasi di forte crescita tali sussidi diminuiscono, mentre avviene il contrario in presenza di una situazione depressionaria.

Non tutti gli economisti, però, considerano efficaci gli stabilizzatori congiunturali automatici infatti se il sistema economico si sta riprendendo da una fase depressiva il meccanismo di stabilizzazione si fa più attivo e finisce per frenare una crescita che avrebbe bisogno di una spinta ulteriore. Altro problema è la tempestività del funzionamento degli stabilizzatori congiunturali i cui effetti possono manifestarsi con ritardo anche sensibile.[/member]


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