Il debito pubblico

IL DEBITO PUBBLICO

IL RICORSO AL MERCATO DEL RISPARMIO

Quando le entrate non sono sufficienti a coprire l’intero ammontare della spesa pubblica, il pareggio finanziario viene ottenuto mediante l’accensione di prestiti sul mercato del risparmio.

Il ricorso al mercato del risparmio costituisce un aspetto particolarmente importante della politica di bilancio, soprattutto per la necessità di individuare correttamente i limiti entro i quali l’indebitamento può considerarsi compatibile con i principi di una sana finanza e con l’equilibrio del sistema economico.

GLI STRUMENTI PER LA COPERTURA DEL DISAVANZO

[member] La necessità di ricorrere alla cessione di prestiti può essere attenuata se lo Stato riesce a finanziare il deficit mediante altre entrate. Le principali sono l’alienazione dei beni patrimoniali e l’applicazione di imposta straordinaria aventi il patrimonio come fonte (e non soltanto come oggetto).

L’alienazione di beni patrimoniali può avere a oggetto beni compresi nel patrimonio disponibile dello Stato o di altri enti pubblici (immobili, aziende, partecipazioni azionarie e così via).

L’imposizione straordinaria avviene una tantum e incide sul risparmio nazionale se l’aliquota è molto alta.

CONFRONTO TRA INDEBITAMENTO E IMPOSIZIONE STRAORDINARIA

Con l’imposta straordinaria lo Stato preleva ai cittadini una data somma, una tantum, e il patrimonio dei contribuenti diminuisce nella misura dell’imposta pagata; con il prestito pubblico lo Stato ottiene la stessa somma da coloro che ritengono vantaggioso sottoscrivere il prestito, e non ha necessità di incidere coattivamente sul patrimonio dei contribuenti.

Considerazioni politiche ed economiche inducono in genere gli Stati a preferire i prestiti pubblici piuttosto che l’imposizione straordinaria. Le ragioni di questa preferenza si possono sintetizzare:

  • il prestito pubblico è destinato a essere rimborsato e non decurta definitivamente il patrimonio;
  • il prestito eleva durevolmente, ma di poco, la pressione tributaria a spese di tutti i contribuenti, secondo la rispettiva capacità contributiva; con l’imposizione straordinaria, l’inasprimento della pressione tributaria, temporaneo ma notevole, non è sopportato da tutti i membri della collettività secondo la rispettiva capacità contributiva;
  • con il prestito pubblico lo Stato evita il malcontento che segue l’applicazione di gravose imposte straordinarie;
  • poiché l’imposta ha il patrimonio come fonte, colui che ne è colpito può essere costretto ad alienare una parte dei propri beni per pagarla; il prestito pubblico assorbe il risparmio liquido ancora in attesa di investimento e dunque crea minori distorsioni sul mercato.

I DIVERSI TIPI DI PRESTITI PUBBLICI

Il prestito pubblico è uno scambio di beni presenti contro beni futuri.

I prestiti pubblici si possono classificare secondo vari profili:

  • rispetto al modo in cui lo Stato si rivolge ai risparmiatori per ottenere la sottoscrizione (forzosi e volontari);
  • rispetto al mercato in cui sono emessi (interni ed esterni);
  • rispetto al sistema di remunerazione (a interesse, a premio e misti);
  • rispetto alla durata (debito pubblico fluttuante, redimibile e irredimibile).

PRESTITI FORZOSI E PRESTITI VOLONTARI

Il prestito è forzoso quando ogni cittadino è tenuto al pagamento di una data somma in proporzione del suo patrimonio, con la promessa di restituzione entro un dato tempo, e della corresponsione di un interesse.

Il prestito forzoso ha carattere coattivo come l’imposta: ne differisce solamente in quanto lo Stato è impegnato al rimborso o perlomeno alla corresponsione degli interessi (usato solo due volte nella storia recente).

Il prestito volontario viene emesso facendo leva sul tornaconto economico dei risparmiatori, i quali sono liberi di sottoscriverlo o meno, e nella misura che ritengono conveniente.

PRESTITI INTERNI E PRESTITI ESTERNI (O ESTERI)

Il prestito è interno quando lo Stato si rivolge soltanto ai risparmiatori nazionali o residenti nel paese.

Il prestito estero è richiesto ai capitalisti o banchieri stranieri, o anche direttamente ai risparmiatori, mediante il collocamento di titoli sui mercati stranieri. Il prestito viene emesso all’estero qualora non vi sia la possibilità di collocarla con successo all’interno.

PRESTITI A INTERESSE, A PREMIO E MISTI

Con il prestito a interesse lo Stato assume l’obbligo di corrispondere un determinato interesse a un tasso uguale o superiore a quello corrente (se il prestito è volontario) o inferiore (se è forzoso).

Prestito a premio è quello che non frutta alcun interesse, ma fa concorrere a un determinato numero di premi annualmente sorteggiati.

Il prestito misto, oltre a fruttare interessi, dà la possibilità del premio.

IL DEBITO FLUTTUANTE, PATRIMONIALE E IRREDIMIBILE

Il debito fluttuante comprende quei prestiti che vengono emessi per far fronte a momentanee deficienze di cassa. La forma più notevole di debito fluttuante è costituita dall’emissione di BOT (titoli di credito recanti la promessa di pagare una certa somma a una scadenza fissa, e fruttanti interessi che vengono corrisposti anticipatamente).

Il debito patrimoniale comprende tutti quei prestiti a media e lunga durata, destinati alla copertura dei disavanzi di bilancio, che lo Stato stipula impegnandosi a rimborsarli. Tipica forma di debito patrimoniale sono i BTP (annualmente emessi con scadenza a 3,5, 10 e 30 anni, a tasso fisso) o i CCT (il cui tasso è indicizzato, collegato ai tassi di interesse sui prestiti a breve scadenza).

Il debito irredimibile (o consolidato) è quello che lo Stato contrae con il solo obbligo del pagamento degli interessi, riservandosi la facoltà del rimborso se e quando lo ritenga opportuno. A fronte della sottoscrizione del prestito, ai risparmiatori viene corrisposta una rendita che può assumere carattere perpetuo.

EMISSIONE DEI PRESTITI PUBBLICI

I prestiti pubblici possono essere emessi alla pari o sotto la pari.

L’emissione è alla pari quando il prezzo di emissione è uguale al valore nominale; è invece sotto la pari se il prezzo di emissione è inferiore al valore nominale, e quindi alla scadenza lo Stato deve rimborsare una somma maggiore di quella ricevuta. Per questo motivo i prestiti alla pari sono emessi a un saggio di interesse uguale o anche superiore a quello corrente, mentre i prestiti sotto la pari sono emessi a un saggio inferiore.

I sistemi per l’emissione dei titoli sono tre:

  • l’emissione diretta, che si effettua offrendo i titoli in Borsa o per pubblica sottoscrizione (è da preferirsi il sistema della pubblica sottoscrizione che consente allo stato di stabilire preventivamente i prezzi);
  • l’emissione indiretta, che consiste nella cessione di tutti i titoli alle banche le quali rimangono libere di rivenderli al pubblico, in borsa o direttamente, al prezzo che potranno spuntare. Con il sistema indiretto lo Stato ha la sicurezza di collocare tutto il prestito, ma a un prezzo relativamente basso;
  • l’emissione mista si ha quando lo Stato cede alle banche una parte dei titoli emessi e offre la parte rimanente per pubblica sottoscrizione.

RIMBORSO E RINNOVO DEL PRESTITO

I prestiti redimibili si classificano, secondo la forma di rimborso, in:

  • prestiti rimborsabili a scadenza fissa.

Hanno questo carattere la maggior parte dei titoli (BOT, CCT e così via). Lo Stato si obbliga a rimborsare, alla scadenza, l’intero capitale nominale di ogni titolo a ciascun possessore;

  • prestiti rimborsabili gradatamente.

Lo Stato si impegna a pagare per ciascun titolo un’annualità fissa, comprensiva dell’interesse e di una quota del capitale, per un determinato numero di anni;

  • prestiti a cartelle ammortizzabili.

Lo Stato, anziché rimborsare ogni anno a tutti i creditori una quota parte del valore delle rispettive cartelle, ne rimborsa interamente un limitato numero mediante la loro estrazione a sorte.

Quando il prestito giunge a scadenza lo Stato, per evitarne il rimborso, può offrire ai possessori il rinnovo dei titoli. Se i nuovi titoli hanno caratteristiche diverse dai precedenti s ha la figura della conversione.

LA CONVERSIONE DEI PRESTITI PUBBLICI

La conversione del prestito consiste nella modificazione delle condizioni stabilite al momento dell’emissione.

Essa può riguardare:

  • l’interesse corrisposto, da un tasso più alto a un tasso più basso;
  • la scadenza, da redimibile a irredimibile o viceversa.

La conversione può essere di tre specie: forzosa, mascherata e facoltativa.

La conversione è forzosa quando la riduzione del saggio dell’interesse è attuato dallo Stato coattivamente.

Si parla di conversione mascherata quando, pur restando formalmente immutate le condizioni del prestito, si verifica per via indiretta una sostanziale riduzione del tasso dell’interesse. Ciò avviene:

  • quando lo Stato applica un’imposta speciale sugli interessi del debito pubblico;
  • automaticamente per effetto della svalutazione della moneta.

La conversione è facoltativa quando lo Stato pone ai creditori un’alternativa: scegliere fra il rimborso del prestito al valore nominale e la sua conversione alle nuove condizioni. È evidente che l’obiettivo è quello di ottenere che la maggior parte dei creditori non chieda il rimborso e preferisca la conversione.

LA POLITICA DEL DEBITO PUBBLICO

La politica del debito pubblico consiste nella scelta fra i vari tipi di prestiti in vista di determinati obiettivi di carattere economico.

Ai fini di una politica di sviluppo occorre valutare l’effetto sui tassi di interesse a breve termine e su quelli a lungo termine, considerando che l’emissione di un prestito pubblico fa aumentare la domanda di risparmio e, di conseguenza, i tassi di interesse nel mercato sul quale è collocato.

Per quanto riguarda la politica di redistribuzione, l’emissione dei prestiti produce sempre uno spostamento di ricchezza fra chi paga le imposte e chi incassa gli interessi. Tale effetto dipende dunque dall’ammontare complessivo del debito pubblico, più che dalla sua composizione.

In relazione alla politica di stabilizzazione congiunturale si ritiene preferibile l’emissione di titoli a breve termine nei periodi di recessione, in modo da non sottrarre troppo a lungo liquidità al mercato; viceversa nei periodi di espansione economica è più opportuna l’emissione di titoli a lunga scadenza, per combattere spinte inflazionistiche riducendo la circolazione del risparmio liquido.

Ai fini degli effetti sulla stabilità monetaria occorre considerare non solo la scadenza dei titoli ma anche il sistema di emissione. Se il prestito viene collocato direttamente in Borsa o per pubblica sottoscrizione, assorbe il denaro liquido detenuto dai risparmiatori e non modifica la quantità di moneta esistente. Ben diversi sono gli effetti che si verificano quando i titoli sono collocati tramite le banche, e soprattutto nel caso in cui siano acquistati dalla Banca centrale e pagati con moneta di nuova emissione; aumenta allora la quantità dei mezzi di pagamento e il risultato è una spinta inflazionistica.

IL DEMANIO E IL PATRIMONIO DEGLI ENTI PUBBLICI

IL DEMANIO PUBBLICO E IL DEMANIO FISCALE

I beni appartenenti allo Stato e agli altri enti pubblici possono avere due diverse funzioni:

  • realizzare direttamente determinati interessi pubblici;
  • fornire alla pubblica amministrazione i mezzi necessari per lo svolgimento delle sue attività.

In relazione al loro regime giuridico si distinguono in due categorie: il demanio pubblico e il demanio fiscale.

I beni del demanio pubblico sono sottoposti a un rigido regime di diritto pubblico, mentre il regime giuridico dei beni del demanio fiscale è quello della proprietà privata con alcuni vincoli specifici.

IL DEMANIO PUBBLICO

Il demanio necessario include quei beni che, essendo idonei a soddisfare un interesse di cui è esclusiva titolare la collettività, sono sempre demaniali:

  • il lido del mare, la spiaggia, le rade e i porti;
  • i fiumi, i torrenti, i laghi e le altre acque definite pubbliche dalle leggi in materia;
  • Le opere destinate alla difesa nazionale (fortificazioni, rifugi antiatomici, basi missilistiche e così via).

Il demanio occidentale comprende quei beni che, essendo idonei a soddisfare sia interessi pubblici sia interessi privati, sono qualificati come demaniali se appartengono allo Stato o da altro ente pubblico territoriale:

  • le strade, le autostrade e le strade ferrate;
  • gli acquedotti;
  • gli immobili di interesse storico, archeologico e artistico;
  • le raccolte dei musei, delle pinacoteche, degli archivi, delle biblioteche.

Con riferimento alla loro natura economica, i beni demaniali vengono solitamente raggruppati in cinque categorie:

  • demanio marittimo;
  • demanio idrico;
  • demanio stradale, ferroviario e aeroportuale;
  • demanio militare;
  • demanio culturale.

Carattere comune a tutti i beni demaniali e l’idoneità a soddisfare direttamente gli interessi pubblici fondamentali.

In relazione alla loro funzione pubblica, i beni demaniali sono sottoposti a un particolare regime giuridico, che li pone fuori commercio; essi sono inalienabili e imprescrittibili: non se ne può acquistare la proprietà a nessun titolo nemmeno per usucapione. Possono essere posti in commercio solo a condizione che ne sia dichiarata la sdemanializzazione.

I beni demaniali sono infruttiferi: non procurano entrate, se non occasionalmente, quando si hanno dati, per concessione, in godimento a singoli individui (pagamento di una tassa).

I BENI PATRIMONIALI

Tutti i beni appartenenti allo Stato o ad altri enti territoriali, che non sono qualificati dalla legge come beni del demanio pubblico, costituiscono il patrimonio dello Stato o dell’ente territoriale cui appartengono. Poiché sono posseduti a titolo di proprietà privata, prendono anche il nome di demanio privato e vengono indicati come demanio fiscale.

Le rendite dei beni patrimoniali sono iscritte in bilancio sotto il titolo II (entrate extratributarie).

Il regime giuridico è diverso a seconda che si tratti di beni patrimoniali indisponibili o di beni patrimoniali disponibili.

I beni patrimoniali indisponibili servono all’immediato soddisfacimento di interessi pubblici: sono beni in commercio, ma non possono essere sottratti alla loro destinazione se non nei modi stabiliti dalla legge.

  • Le miniere.
  • Le foreste.
  • Le case e le portiere.
  • Le cose immobili di interesse storico, archeologico o artistico.
  • I beni costituenti la dotazione del capo dello Stato.
  • Le caserme, gli armamenti, le navi da guerra e gli aeroporti militari.
  • Gli edifici destinati a sedi di pubblici uffici, con i loro arredi.
  • I beni degli enti pubblici non territoriali destinati a un pubblico servizio.

I beni disponibili sono tutti quei beni patrimoniali che non sono compresi fra gli indisponibili, che servono soltanto a procurare entrate e che sono regolati dalle norme del codice civile sulla proprietà privata.

Come i beni del demanio pubblico, anche quelli del demanio fiscale possono essere raggruppati secondo la loro natura economica. Essi si distinguono in:

  • beni del demanio immobiliare (demanio terriero, edilizio, forestale e minerario);
  • beni del demanio mobiliare;
  • beni del demanio industriale e commerciale.

LA GESTIONE DEL PATRIMONIO E LA POLITICA DI DISMISSIONE

La gestione dei beni patrimoniali comporta notevoli problemi per l’insufficienza delle strutture amministrative, gli intralci dovuti a procedure burocratiche lente e antiquate, l’inadeguatezza dei mezzi finanziari disponibili.

Solo nell’ultimo decennio del novecento si è dato avvio a un programma di dismissione: lo Stato ha collegato il suo patrimonio in fondi immobiliari gestiti da apposite società (finanziaria del 1997). Le quote del fondo possono essere alienate secondo i criteri stabiliti dalla legge. I beni immobili non conferiti nei fondi possono essere venduti direttamente mediante asta pubblica.

Con la l. n. 1122002, è stata istituita una società per azioni a capitale interamente pubblico, denominata “patrimonio dello Stato S.p.A.”, alla quale possono essere trasferiti i beni immobili facenti parte del demanio e del patrimonio disponibile e indisponibile dello Stato.

Nel 2011, considerata la scarsa efficacia della sua attività, è stata sciolta e posta in liquidazione.

IL FEDERALISMO DEMANIALE

Il d.lgs. 85/2010 ha disposto il trasferimento dei beni statali alle regioni e agli enti locali secondo criteri stabiliti dallo stesso decreto. Il trasferimento dei beni statali agli enti territoriali corrisponde a un duplice obiettivo: assicurare agli enti stessi una più piena autonomia finanziaria e patrimoniale mediante l’attribuzione di risorse proprie e, al tempo stesso, favorire un più efficace gestione dei beni mediante la responsabilizzazione dei governi regionali e locali.

Sono in ogni caso esclusi dal trasferimento:

  • gli immobili utilizzati dalle amministrazioni statali per le loro finalità istituzionali;
  • i porti e gli aeroporti di rilevanza nazionale e internazionale;
  • i beni appartenenti al patrimonio culturale;
  • le reti di interesse statale, comprese quelle stradali e quelle per la distribuzione dell’energia;
  • le strade ferrate di proprietà dello Stato;
  • i parchi nazionali e le riserve naturali statali;
  • gli immobili statali per la cui valorizzazione sono stati stipulati particolari accordi con gli enti territoriali;
  • i beni che costituiscono la dotazione della presidenza della Repubblica e gli immobili utilizzati dalle camere, dalla corte costituzionale ed agli organi di rilevanza costituzionale;
  • i fiumi d’ambito sovraregionale;
  • i laghi d’ambito sovraregionale per i quali non siano intervenute intese fra le regioni interessate;
  • i giacimenti petroliferi e di gas;
  • i beni del demanio militare utilizzati per le funzioni di difesa e sicurezza nazionale o funzionali ai programmi per la riorganizzazione dello strumento militare.

Per quanto riguarda gli altri immobili, l’articolo 3 del decreto dispone che:

  • i beni del demanio marittimo sono attribuiti alle regioni;
  • i beni del demanio idrico sono anch’essi attribuiti alle regioni, salvo i laghi chiusi, attribuiti alle province;
  • le miniere sono attribuite alle province.

Gli altri beni, individuati in appositi elenchi, sono attribuiti ai comuni, alle province o alle regioni secondo criteri di sussidiarietà, dando la preferenza ai comuni, che sono gli enti più vicini alla popolazione.

LE IMPRESE PUBBLICHE

L’ESERCIZIO DI IMPRESA DA PARTE DELL’OPERATORE PUBBLICO

L’intervento dello Stato nell’economia può essere attuato anche con i meccanismi propri del mercato, cioè mediante l’esercizio di imprese aventi per oggetto la produzione di beni e servizi destinati alla vendita.

L’esercizio diretto si ha quando lo Stato esercita l’impresa per mezzo di una sua amministrazione, inserita nell’organizzazione di un ministero. L’amministrazione preposta all’esercizio dell’impresa è dotata di una propria autonomia, sia contabile (bilancio proprio) sia amministrativa, da qui la denominazione di azienda autonoma, o di amministrazione autonoma (ad esempio, Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato – sigarette, marche da bollo e così via).

Gli enti pubblici economici sono enti distinti dello Stato, costituiti con lo specifico scopo di provvedere direttamente all’esercizio di un’attività imprenditoriale. Hanno propria personalità giuridica e ciò garantisce una più netta separazione dall’amministrazione statale, una maggiore libertà d’azione e una struttura organizzativa più adeguata all’esercizio di attività economiche.

L’esercizio in concessione si ha quando l’impresa, pur continuando ad appartenere allo Stato o ad altro ente pubblico, è esercitata da un privato in base a un provvedimento amministrativo di concessione, che è sempre revocabile per motivi di pubblico interesse (autostrade, gioco d’azzardo e così via).

Le imprese a partecipazione pubblica sono società per azioni nelle quali il pacchetto azionario che assicura il controllo dell’assemblea è posseduto dallo Stato o da un apposito ente pubblico.

GLI OBIETTIVI DELL’IMPRESA PUBBLICA

L’esercizio di impresa da parte dello Stato può avere diverse giustificazioni.

Una prima ragione può essere la necessità di evitare l’insorgere di dannosi monopoli privati attraverso i quali si tende a fissare il prezzo che dà il massimo profitto determinando una riduzione della domanda del bene o del servizio. Tale situazione deve essere evitata nella produzione di servizi essenziali, che devono essere estesi a larghi strati della popolazione.

La pubblica impresa, inoltre, consente di attuare questo interesse sociale mediante l’applicazione di prezzi pubblici o di prezzi politici.

Altra giustificazione è la necessità di evitare cause di contrasto fra interesse privato e interesse pubblico.

Altre volte, invece, la gestione pubblica di attività produttive trova giustificazione nella necessità di evitare eventuali frodi da parte dei privati.

La seconda metà del novecento l’esercizio di attività imprenditoriale ha avuto come principale finalità:

  • ridurre gli squilibri nella distribuzione della ricchezza fra le diverse regioni;
  • assicurare l’occupazione dei fattori produttivi, soprattutto della forza lavoro;
  • produrre beni essenziali e offrirli a condizioni più favorevoli di quanto non facciano i privati;
  • controllare l’indirizzo della produzione nei settori che maggiormente interessano lo sviluppo economico del paese (siderurgia, chimica, telecomunicazioni e così via).

LA POLITICA DEI PREZZI

L’esercizio di vivere in forma di impresa consente di intervenire sul sistema economico mediante la politica dei prezzi (manovra di politica economica). Tale strumento può essere usato:

  • ai fini di redistribuzione, mediante l’applicazione di prezzi politici a favore delle categorie di consumatori economicamente più deboli;
  • a fini di stabilità congiunturale, mediante una politica di bassi prezzi per un periodo di;
  • in vista di una politica di sviluppo, mediante l’offerta di materie prime e beni strumentali a prezzi non molto elevati, così da incentivare il processo di industrializzazione.

EFFETTI DELL’ESPANSIONE DELLE IMPRESE PUBBLICHE

Le pubbliche imprese possono svolgere una valida funzione come strumento di politica economica, purché il loro esercizio corrisponda a un effettivo interesse della collettività e sia svolto con sani criteri di gestione. La gestione pubblica di attività imprenditoriali presenta però anche degli aspetti negativi:

  • quando l’impresa pubblica opera in regime di monopolio vengono a mancare quegli stimoli all’innovazione tecnologica e alla razionalizzazione economica che normalmente nascono dalla competizione sui mercati concorrenziali;
  • le pressioni del potere politico possono condizionare i criteri di nomina dei dirigenti e le modalità di gestione dell’impresa;
  • vi è il rischio che le perdite giustificate dall’applicazione di prezzi politici vengano a confondersi con quelle dovute a una gestione improduttiva e inefficiente;
  • i bilanci delle imprese pubbliche si trovano spesso in situazioni di deficit cronici che vengono ripianati mediante trasferimenti a carico del bilancio statale;
  • eccessiva espansione delle imprese pubbliche riduce gli spazi per le iniziative economiche dei privati e ostacola le condizioni della concorrenza.

Per queste ragioni tutti gli Stati europei sono stati indotti a ridimensionare e razionalizzare l’area dell’imprenditoria pubblica mediante una politica di privatizzazione.

LE IMPRESE PUBBLICHE IN ITALIA

Anche in Italia, a partire dal 1990, si è dato inizio a un ampio programma di privatizzazioni. Due fasi:

  • in un primo tempo è stata attuata la privatizzazione sul piano giuridico, mediante la trasformazione delle aziende autonome e degli enti pubblici economici in società per azioni;
  • la trasformazione in società per azioni ha reso possibile il passaggio alla seconda fase, quella della privatizzazione economica dell’impresa, che avviene mediante la vendita totale o parziale delle quote di partecipazione dello Stato.

L’avvio del processo di privatizzazione ha modificato notevolmente il sistema organizzativo delle imprese pubbliche italiane. Le aziende autonome sono state trasformate da prima in enti pubblici economici e poi in società per azioni a capitale pubblico (poste italiane S.p.A., Anas S.p.A., ferrovie dello Stato S.p.A., Eti). Numerosissimi erano gli enti pubblici economici (INA – Istituto nazionale per le assicurazioni, IMI – Istituto mobiliare italiano, BNL – Banca Nazionale del Lavoro, Enel) ora trasformati in società per azioni.

Le società a partecipazione pubblica sono state in Italia lo strumento più largamente utilizzato per l’intervento dello Stato nell’economia. L’acquisto di quote e azioni di società private da parte dello Stato consentì, durante la grande crisi degli anni 30, il salvataggio delle imprese industriali e delle banche che le avevano finanziate.

L’Iri (Istituto per la ricostruzione industriale) era la maggiore holding pubblica italiana, e provvedeva alla gestione delle partecipazioni statali nei più diversi settori. Il 28 giugno 2000 l’Iri S.p.A. è stato sciolto e posto in liquidazione.

L’Eni (ente nazionale idrocarburi), originariamente costituito per la ricerca, la trasformazione e la distribuzione del metallo e del petrolio, svolge oggi in Italia e all’estero un ruolo primario e settori dello sfruttamento delle fonti energetiche e della chimica. Finora circa l’80% del capitale dell’Eni S.p.A. è stato dismesso.

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