Giacomo Leopardi (1798-1837)

Giacomo Leopardi nacque il 29 giugno del 1798 a Recanati, piccolo centro delle Marche, che allora faceva parte dello Stato Pontificio.
[member]Suo padre, il conte Monaldo, era un uomo di cultura, molto conservatore, reazionario. La biblioteca ben fornita della famiglia Leopardi era pertanto formata da volumi che erano in linea con la concezione della politica del padre. Pur provenendo da una famiglia nobile, Leopardi dovette traversare una situazione economica negativa in quanto il conte non era per niente bravo ad amministrare il patrimonio: la marchesa madre di Giacomo fu costretta ad intervenire per evitare il fallimento. Leopardi crebbe in un ambiente familiare chiuso, bigotto e privo di calore affettivo: gli unici suoi compagni di giochi erano il fratello Carlo e la sorella Paolina. È importante sottolineare che l’isolamento sociale fu causato dalle difficoltà economiche: un figlio di un nobile non poteva intrattenere rapporti sociali con bambini di grado inferiore, in seguito alla crisi a Giacomo fu impedito ogni legame anche con i bambini di pari grado sociale. Questa situazione particolare fa sì che la personalità del Leopardi sia descrivibile con le parole tristezza e malinconia.

Iniziò gli studi sotto la guida del padre e di due sacerdoti; distintosi ben presto per intelligenza e genialità, dal 1809, all’età di 11 anni, proseguirà solo gli studi nella ricchissima biblioteca paterna dove si impadronì non solo dal greco e del latino, ma anche del francese e dell’ebraico. Questi anni passati da autodidatta furono definiti dallo stesso Leopardi “sette anni di studio matto e disperatissimo“. La sua enorme cultura lo distinse per sempre dai suoi coetanei: la vista gli si indebolì e la schiena gli si deformò, ma ebbe a disposizione una intelligenza al di fuori del normale. Tra il 1809 e il 1816 intraprese un’intensa e appassionata attività filologica: tradusse molte opere dal latino e dal greco e stese alcuni testi eruditi tra i quali la Storia dell’astronomia, del 1813, e il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, del 1815.

A partire dal 1816 Leopardi vive due fatti:

  • conversione dall’erudizione al bello. Per bello si intende una poesia di immaginazione come furono Il primo amore e Diario d’amore.
  • prese parte al vivace dibattito che vedeva contrapposti i difensori del classicismo e i sostenitori della nuova poetica romantica. Leopardi si schierò tra i primi sostenendo che i classicisti erano più vicini alla natura che stimola l’immaginazione, la produzione delle illusioni le quali danno un senso all’esistenza umana. Leopardi criticava, invece, i romantici che, lontani dalla natura a causa del progresso, affermavano l’importanza di una poesia nutrita di ragione e di pensiero.

Nel 1817:

  • iniziò un intenso scambio epistolare tra il giovane Leopardi e il famoso letterato Pietro Giordani, uno dei maggiori intellettuali italiani del tempo difensore del classicismo e politicamente progressista a favore del Risorgimento. Quest’uomo diventò ben presto per Leopardi una preziosa guida sul piano intellettuale e umano: Giacomo amplia la sua cultura, supera i condizionamenti familiari e prende più chiara coscienza dei nuovi orientamenti ideologici distaccandosi dagli ideali reazionari ai quali era stato educato. Il cambiamento è dimostrato dalle opere All’Italia e Sopra il monumento di Dante.
  • diventò più pesante la reclusione a Recanati, ormai per lui quasi una prigione. La crisi si fece sempre più profonda e lo portò gradualmente a rifiutare la religione cristiana e ad approdare all’ateismo e al materialismo (meccanicismo), prima attraverso gli autori della classicità, poi attraverso la lettura dei filosofi illuministi come Voltaire e Montesquieu.

Il desiderio di libertà, di onore e di fama lo spinsero nel 1819 a fuggire dalla casa paterna, ma il tentativo fu scoperto dal padre e fallì. Il fallimento della fuga e l’aggravarsi di una malattia agli occhi la quale gli impediva di leggere, lo portarono a cupe meditazioni sull’infelicità prima sua, poi umana e infine dell’intero universo (anche degli esseri inanimati, come un sasso!). Sempre nel 1819 compì la seconda conversione, definita dal bello al vero ossia il passaggio dalla letteratura alla filosofia, dalla poesia di immaginazione propria delle civiltà antiche alla poesia sentimentale, basata sulla analisi  dei sentimenti e delle riflessioni razionali, e moderna: inizia la composizione dei primi idilli quali L’infinito, La sera del dì di festa, Alla luna… La poetica di questi primi di è incentrata sulla poetica del vago e dell’indefinito: secondo quanto teorizzato più volte nello Zibaldone, Leopardi attribuisce un valore poetico solo a ciò che è lontano nel tempo e nello spazio, dunque vago e indefinito. I primi idilli dunque sono espressione di una poesia di immaginazione tesa alla ricerca del piacere che il poeta attinge dalla sua esperienza individuale, spesso dai ricordi e dalle sensazioni provate in un tempo remoto, talvolta legate al mondo dell’infanzia e dell’adolescenza.

NB: Lo zibaldone è un’immensa raccolta di note, appunti, riflessioni, commenti e osservazioni linguistiche che il poeta annotò dal 1817 al 1832. Si tratta di un materiale interessantissimo per la ricostruzione e la comprensione della vita e del cammino poetico di Leopardi. Venne pubblicato nel 1848 da Carducci.

TEORIA DEL PIACERE

Per Leopardi l’uomo desidera sempre raggiungere il piacere. Un piacere però che sia sensibile e materialista con lo scopo di appagare i cinque sensi umani. Il desiderio di questo piacere è infinito: quando desideriamo qualcosa proviamo piacere nell’ottenerlo ma poi questo desiderio rinasce per altri scopi rendendo impossibile soddisfare il piacere stesso. Per soddisfare un piacere infinito sarebbe necessario un oggetto infinito, ma ciò non è possibile in quanto sia l’uomo stesso che la realtà è formato da cose finite le quali concedono solo brevi ed effimeri piaceri, essi sfumano presto. Il desiderio umano è raggiungere il piacere, il quale però non è mai soddisfabile definitivamente, la vita stessa dell’uomo, tolto il piacere effimero, è caratterizzata unicamente dal dolore (insoddisfazione perenne) e dalla noia. È caratterizzata dal dolore perché è lo stato di insoddisfazione perenne; è caratterizzata dalla noia in quanto c’è una assenza di sensazioni (peggiore dei mali) sia in senso positivo e negativo, si sente la vita come un peso (noia esistenziale). Il piacere, alla fine, non esiste in quanto è solamente la diminuzione o la cessazione momentanea del dolore: l’insoddisfazione umana è perenne il piacere esiste solo nell’immaginazione, nei ricordi, perché avviene una trasfigurazione dell’evento passato che viene reso più bello, e nella speranza la quale viene abbellita dall’immaginazione (nel futuro l’individuo si aspetta di vivere un piacere). Su questo ragionamento si fonda la teoria del piacere e di conseguenza la poetica personale del Leopardi.

LA CONCEZIONE DELLA POESIA (1820 circa – Zibaldone)

L’uomo desidera sempre raggiungere una condizione di piacere, un piacere infinito: la poesia deve quindi procurare piacere al lettore. Siccome solo un oggetto infinito è in grado di soddisfare un piacere altrettanto infinito la realtà non permette di raggiungere lo scopo dell’uomo. Anche ciò che richiama, sia direttamente che indirettamente, l’idea di infinito può procurare piacere (limitato, effimero o passeggero che sia) all’uomo. Questo piacere generato senza l’ausilio di un oggetto infinito è però limitato in quanto è solamente un richiamo all’infinito vero e proprio. Cosa richiama l’idea di infinito? Esso è ciò che non è finito, senza limiti quindi lo richiama tutto ciò che è indefinito, indeterminato, vago, sfumato o lontano: non sono percepiti i contorni definiti di questi termini pertanto la mente umana li considera infinito. La poesia, dopo questo ragionamento, deve servirsi di immagini, oggetti i quali inglobano le qualità indefinite appena citate. Le cose indefinite sembrano infinite perché i sensi non riescono a catalogarli. Esempi di situazioni incerte sono: immaginazioni, sogni dell’infanzia e dell’adolescenza, cose lontane nello spazio (oggetti che non sono percepiti nei loro esatti contorni), cose lontane nel tempo (ricordi del passato e oggetti antichi), le speranze e le immaginazioni in relazione al futuro, ricordi dell’infanzia, oggetti uditi e/o visti in modo indistinto (suoni o canti ascoltati durante la notte, un sole che penetra a fatica tra le foglie, lo stormire del vento tra le foglie),  parole che suggeriscono nel loro significato l’idea di infinito ( infinito, incerto, vago, lontano, indeterminato, passato, futuro, eternità, eterno, oscurità, oscuro, mare…). Questa poetica è presente negli idilli e nelle canzoni: viene modificata da una nuova poetica solamente durante gli ultimi anni della vita del Leopardi.

IL PESSIMISMO STORICO

A partire dal 1819 Giacomo Leopardi sistema le proprie riflessioni ed elabora una teoria denominata pessimismo storico. La partenza del suo ragionamento è richiamo alla propria infelicità personale riguardante il passato e probabilmente il futuro. Nel 1819 allarga la riflessione in quanto espande questa sua infelicità personale alla condizione dell’uomo in generale: ritiene che non solo lui ed altre persone sfortunate siano caratterizzati dall’infelicità, la tristezza è una caratteristica del genere umano.

Per Leopardi l’uomo alle origini viveva in un mondo di ignoranza e di felicità in quanto viveva in un mondo istintivo e a stretto contatto armonico con la natura. In modo istintivo in quanto l’uomo svolgeva alcune azioni utili alla vita alla ricerca della felicità. La natura è concepita in questo periodo storico, per l’autore, come una madre benevola: la natura è la forza che ha dato origine a tutto fra cui la cui vita e la felicità. Per Leopardi la felicità favorisce la vita: l’uomo è dotato di ragione. Questa ragione ha permesso all’uomo di inventare la scienza con la quale è riuscito a realizzare il concetto di progresso. Col progredire della civiltà, la ragione ha represso l’istinto ed ha allontanato l’uomo dalla natura: da una parte ha eliminato l’ignoranza ed ha portato sviluppo, dall’altra ha reso gli uomini deboli e infelici Leopardi ritiene che non sia possibile una involuzione per raggiungere la soluzione di questo problema dello sviluppo: non è possibile ritornare allo stato di natura. Nell’epoca moderna solamente i giovani e gli adolescenti sono caratterizzati dall’immaginazione che incorpora una illusione la quale a sua volta rea una speranza di felicità che dà senso alla vita la natura ha fornito loro degli stimoli al fine di spingerli a compiere grandi azioni. Nell’età adulta per Leopardi l’uomo scopre l’arido vero. L’uomo, man mano che aumenta la sua capacità di ragionamento, si distacca dalla felice e inconsapevole condizione naturale della sua infanzia e procede verso una condizione di cosciente dolore. La ragione prende il sopravvento e evidenzia l’inganno delle illusioni e delle speranze, la mancanza di veridicità e l’inconsistenza dei sogni. L’inganno più grande è la ragione che evidenzia che nel futuro la felicità non è infinita l’uomo sia a livello di individuo che di collettivo è solo infelice. A livello collettivo perché è lontano dalla natura; a livello individuale perché inevitabilmente cresce sviluppando e acquisendo la ragione. Riassumendo l’uomo nasce felice ed ignorante grazie la natura, ma diventa infelice a causa della ragione.

In breve tempo però Leopardi realizza come la teoria appena elaborata appaia incompleta e insufficiente: Leopardi scopre che anche i popoli antichi potevano essere infelici; decade l’idea città dello Stato primitivo, o di natura. Nel 1821 con la pubblicazione del “Bruto minore“, opera che parla dell’uccisore di Cesare, Leopardi ammette che riconosce il suicidio di Bruto come un atto triste di rinuncia alla vita. Nel 1822 ne “Ultimo canto di Saffo” narra la vicenda di una donna che si suicida in seguito ad un amore non ricambiato a causa del suo aspetto sgradevole Leopardi inizialmente quindi affida la colpa alle divinità, al Fato e al destino. Dopo alcuni anni di studio però, riconoscendo l’incompletezza della sua tesi precedente, fa cadere tutta la colpa della tristezza alla natura. La critica al progresso mostra come Leopardi sia contro l’ottimismo illuminista: ciò genera una polemica abbastanza accesa.

LA STAGIONE DELLA PROSA

Nel novembre del 1822 Leopardi riuscì a lasciare Recanati e si recò a Roma. Il soggiorno, però, si risolse in una cocente delusione: sfumavano le speranze di un impiego, mentre l’ambiente romano gli si rivelò corrotto e meschino. Tornato a Recanati nel 1823, si dedicò alla stesura di racconti in prosa chiamati “Operette morali”. Queste prose rappresentano perfettamente il cupo pessimismo storico che l’autore riflette in questo periodo della sua vita. Le operette morali sono in tutto 24 ed esprimono il cosiddetto pessimismo cosmico in particolare l’opera “Il dialogo della natura e di un Islandese”. Le operette si impongono per l’eleganza dello stile oltre che per la profondità del contenuto. Le operette ebbero però poco successo a causa della negatività presente. In esse leopardi infatti offre un’esposizione, sotto certi aspetti organica, del suo pensiero e, soprattutto, rivela il suo pessimismo affrontando alcuni temi di riflessione come la felicità, il piacere, la noia, la speranza… Un intellettuale che proponeva il pessimismo storico valuta automaticamente il suicidio come possibile via di uscita dalla realtà negativa. Già negli anni precedenti leopardi considerava il suicidio, la prova è presente nelle opere “Ultimo canto di Saffo” e “Bruto minore”. L’aspetto del suicidio però viene rivalutato nelle operette: ne “Dialogo di Plotino e Porfirio” il maestro Plotino (III secolo a.C.) spiega all’allievo che il suicidio è un atto disumano ed egoistico poiché il suicida pensa solo al proprio bene non curandosi dei propri cari. Bisogna vivere nella vera saggezza che si fonda sugli aspetti, sui sentimenti dell’amore e solidarietà, non sulla ragione. In sostanza è presente un’esortazione a vivere in nome di una saggezza vera e profonda, fondata non sulla ragione, ma sul vincolo degli affetti, dell’amore e dell’umana solidarietà che unisce tutti gli uomini. Pur consapevole del destino avverso gli uomini devono aiutarsi a vicenda per una vita migliore. In quest’opera è presente anche il nucleo di una poetica eroica e solidaristica: la poetica è presente nella lunga poesia “La Ginestra”. Alcune operette vengono prodotte dopo il 1827.

Nel 1825 si reca a Milano per ricevere un incarico dall’editore Stella: aveva il compito di dirigere un’edizione di classici latini e italiani. Dall’ottobre del 1825 al novembre del 1826 il poeta soggiornò a Bologna; dopo una breve parentesi a casa Leopardi si trasferì a Firenze, nell’estate del 1827. Cui ebbe occasione di conoscere gli intellettuali più famosi dell’epoca, fra i quali Manzoni (era a Firenze per i Promessi Sposi) e Stendhal. Nel novembre del 1827 si trasferì a Pisa: il clima mite di questa città gli permise di restituire in parte la salute dopo anni di depressione e stimolò nel suo animo il desiderio di aprirsi nuovamente alla poesia. Dopo la lirica composta quasi di getto, nell’aprile del 1828, dal titolo significativo “Il Risorgimento“, nascono, in meno di due anni, i canti pisano-recanatesi, meglio conosciuti come grandi idilli. I grandi idilli più importanti sono “A Silvia“, “Le ricordanze“, “La quiete dopo la tempesta“, “Il sabato del villaggio” e “Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia“.

PESSIMISMO COSMICO

Dal 1823 Leopardi rivede il pessimismo storico che gli appariva inefficiente: anche gli antichi risultavano infelici confutando così tutta la sua teoria precedente. In breve tempo egli supera il pessimismo storico ed elabora una concezione più pessimistica denominata pessimismo cosmico inteso come totale, universale. La nuova concezione nasce da una elaborazione complessa. Ne troviamo traccia nello zibaldone e in modo più organico nelle operette soprattutto nel dialogo della natura e di un Islandese.

Non esiste uno Stato di natura formato da uomini ignoranti, felici da cui si sarebbero allontanati a causa della ragione, definita come causa dell’infelicità. Non è la ragione la causa, ma natura che viene concepita come forza cosmica la quale fornisce si origina la vita ma anche dona infelicità. L’uomo nasce infelice a causa della natura e non lo diventa a causa della ragione. L’infelicità della natura consiste nel fatto che l’uomo ha desiderio infinito di piacere ma egli è incapace di soddisfarlo in quanto è un essere limitato dotato del possesso di oggetti anch’essi effimeri. Non è la ragione che ha fatto l’uomo così, non ha alcuna colpa. La natura diventa così una matrigna, una madre cattiva. La natura non è una entità personale ma una forza cieca e misteriosa, impersonale, definita dopo il 1825 come un continuo disgregarsi ed aggregarsi degli atomi: la natura è cieca perché senza volontà e misteriosa perché priva di senso. La natura rende infelice l’uomo a causa della contraddizione che lo caratterizza, è incapace di soddisfare i propri bisogni; la natura crea l’uomo in principio giovane dotato ancora di speranze, sogni e di illusioni di un futuro roseo felice, la natura fa illudere l’uomo in quanto quando questo diventa adulto acquisisce la ragione e scopre l’intera illusione del mondo. In sostanza la natura rende l’uomo capace di comprendere la sua contraddizione. La natura è causa quindi di vita e anche di infelicità. La ragione non è la causa dell’infelicità ma nemmeno strumento di felicità. Il ruolo della ragione viene rivalutato: la ragione dà la dignità della libertà e della verità, permette all’uomo di non essere ingannato dalla natura, libero dagli inganni che la rendono prigioniero dall’infanzia. Il suicidio appare l’unica via di uscita. Nel 1824 con le operette, in particolare con il dialogo tra Plotino e Porfirio, Leopardi modifica la propria idea e rifiuta il suicidio. Il pessimismo storico ben arricchito dalla poetica eroica e solidarista.

LA TEORIA MECCANICISTA APPLICATA AL PESSIMISMO COSMICO

L’uomo è necessariamente infelice a causa della natura, ma anche l’universo lo è in quanto tra il 1825 e il 1827 Leopardi completa il pessimismo storico integrandolo con la teoria meccanicistica. Per Leopardi l’universo è formata solo di materia che si aggrega e si disgrega continuamente; la natura è l’ordine necessario dell’universo: essa produce e distrugge in modo perenne e continuativo la materia… Questa, prodotta in modo ciclico, dà origine alla vita e alla morte di ogni cosa. In questo universo l’uomo, preso in se stesso, e ogni altro essere vivente perde ogni senso di esistenza in quanto appare come un ingranaggio provvisorio, facilmente sostituibile, del sistema universo. Quest’ultimo, per mantenersi, deve distruggere e creare continuamente. Se l’individuo non ha alcun valore, non contano nulla le speranze, le sofferenze e l’impegno dei singoli uomini i quali risultano quindi nella medesima situazione, tutti sono uguali. È chiaro che all’uomo un sistema natura appare insensato: questi nasce con lo scopo di morire, è già condannato a morte appena nato. Questo precipitare verso la morte è fonte di angoscia e di dolore. Prima di questa fonte negativa era la contraddizione di non poter raggiungere il piacere eterno: le due cose coincidono perché nulla è eterno e si è condannati alla morte. Il sistema è eterno, immutabile e insensato. Con la teoria meccanicistica Leopardi approfondisce il pessimismo cosmico e conferma che la natura diventa origine di vita e di infelicità.

ULTIMA FASE DELLA VITA

Alla fine del 1830 Leopardi lascia definitivamente Recanati grazie ad una colletta organizzata dai suoi amici. Nei 1831, come forma di risarcimento, avrebbe dovuto pubblicare una raccolta delle sue migliori poesie. L’opera si chiama “I Canti”. Lasciata Recanati, Leopardi si dirige a Firenze dove conosce a Ranieri. In breve tempo i due fanno amicizia e Giacomo si dirige a casa dell’amico a Napoli. Il paesaggio napoletano gli ispira l’opera “La ginestra”. Quest’ultima fase della sua vita lo vede ammalato: la malattia però non gli impedisce di lavorare e, oltre a “La ginestra”, pubblica “Il tramonto della luna”. Nel 1837 in cuore proprio Napoli. Quest’ultima fase della sua vita vede la conferma della teoria meccanicistica del pessimismo cosmico. Ciò alla base della poetica eroica e solidaristica.

LA POETICA EROICA E SOLIDARISTICA

La poetica eroica e solidaristica si basa su certezze acquisite nel passato, su presupposti già consolidati in cui emerge l’idea della natura come matrigna (meccanicismo e pessimismo cosmico). Queste idee vengono alla luce attraverso un atteggiamento energico e più aperto verso la società: ben fermo nel difendere le proprie idee, Leopardi non esita anche ad attaccare coloro che le disconoscono o le ridicolizzano; la figura del Leopardi-polemico appare alquanto nuova. La poetica eroica e il solidaristica si applica contro coloro che imputavano il pessimismo dell’universo alla sua sofferenza biografica (riduzione del pessimismo cosmico alla semplice derivazione del pessimismo personale) oppure contro gli intellettuali progressisti i quali credono nel progresso e in un mondo felice grazie ad esso (positivismo) in quanto contro il suo pessimismo cosmico. Terzo bersaglio sono gli intellettuali spiritualisti cristiani che ritengono la vita dell’uomo sì contrassegnata dal dolore ma si ha fiducia nella salvezza dopo la morte in paradiso. Leopardi spiega che l’ottimismo cristiano è fuori luogo per il meccanicismo in quanto tutto è finito e l’uomo desidera un piacere materiale nel presente e non desidera  un piacere futuro, ultraterreno e poco immaginabile. Emerge in Leopardi quindi un atteggiamento combattivo che si traduce nelle forme espressive nuove: i testi e le poesie assumono uno stile spesso aspro e disarmonico, molto differente dalla poetica del vago e indefinito, sia sul piano lessicale, ritmico che fonico. Ciò è dettato dal fatto che è più congeniale per rappresentare le dure verità della vita. In questa fase poetica proviamo appunto le opere “Il tramonto della luna” e “La ginestra”.

Ne “La ginestra”, il vertice del pensiero leopardiano, troviamo espressa l’utopia solidaristica, una concezione nuova già accennata nelle operette morali. Essa consiste nel fatto che Leopardi, sulla base della consapevolezza che la natura rende l’uomo infelice, prova un sentimento di pietà verso tutti quanti. La pietà lo spinge ad invitare gli uomini a non nuocersi reciprocamente (ci pensa già la natura) e ad allearsi, confederarsi contro la comune nemica, contro la natura  al fine di ridurre al minimo la sofferenza anche se si sa che evitare la sofferenza è impossibile. Utopia solidaristica quindi è un progetto impossibile basato sull’aiuto reciproco; è una proposta che, però, rimane indeterminata nella politica: Leopardi non si associa ad una dottrina politica specifica.

La poesia eroica e solidaristica si applica nella lunga opera (più di 300 versi!) “La ginestra”. Sulle pendici del Vesuvio, un paesaggio desolato di lava solidificata, lo strato di lava solidificato forma una corteccia dove cresce solo la pianta della ginestra. La ginestra diventa simbolo del poeta e della nuova poetica in quanto il fiore si accontenta di poco (cresce nel deserto) ed è coraggiosa ( svolgere il proprio ruolo di abbellire e profumare il paesaggio fino alla nuova colata lavica, fino alla fine della sua vita). La ginestra dovrebbe ispirare l’uomo a comportarsi bene per essere solidale fino alla morte. Nel testo Leopardi polemizza contro l’ottocento ossia contro gli intellettuali progressisti, contro i spiritualisti cristiani in linea con il suo nuovo atteggiamento combattivo.

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Scheda autore Nicola Possamai

Nato nella seconda metà del 1995 Nicola ha da sempre manifestato un grande interesse verso il mondo della tecnologia in particolare verso l’informatica. Oggi è responsabile del centro internet del suo Comune dove tiene dei corsi per i concittadini in difficoltà riguardo l’ambiente windows e, a volte, l’ambiente linux. La sua particolarità è il fatto di essere molto ambizioso e pertanto molto autocritico: desidera sempre superare i propri limiti. Di recente ha rappresentato il suo istituto alla gara nazionale igea presso l'”ITCG Martini” di Castelfranco Veneto ottenendo il terzo posto a pari merito con il secondo classificato. Dopo essersi diplomato con il 100 e lode studia economia aziendale alla Ca’ Foscari. Ama i gatti e la sua squadra del cuore è il Milan 🙂

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Nato nella seconda metà del 1995 Nicola ha da sempre manifestato un grande interesse verso il mondo della tecnologia in particolare verso l'informatica. Oggi è responsabile del centro internet del suo Comune dove tiene dei corsi per i concittadini in difficoltà riguardo l'ambiente windows e, a volte, l'ambiente linux. La sua particolarità è il fatto di essere molto ambizioso e pertanto molto autocritico: desidera sempre superare i propri limiti. Di recente ha rappresentato il suo istituto alla gara nazionale igea presso l'"ITCG Martini" di Castelfranco Veneto ottenendo il terzo posto a pari merito con il secondo classificato. Dopo essersi diplomato con il 100 e lode studia economia aziendale alla Ca' Foscari. Ama i gatti e la sua squadra del cuore è il Milan :)

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2 commenti su “Giacomo Leopardi (1798-1837)

    • Sarebbe più corretto dire "ma quanto hai dettato?".. Beh in effetti un pomeriggio intero è andato...

      "Hai scritto" si scrive con l'h -.-"

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